Dall’evoluzione al creazionismo: l’analisi di un biologo

Scienza e fede

Articolo originariamente pubblicato su “The Conversation”, si ringrazia Paolo Marco Ripamonti per la traduzione.

The Conversation ha organizzato una sessione pubblica di domande e risposte su Reddit, durante la quale Jeremy Pritchard, biologo e ricercatore all’università di Birmingham, ha discusso di evoluzionismo e ha affrontato la delicata questione del rapporto tra scienza e religione. Ne riassumiamo i contenuti salienti.

Evoluzione

D. Qual è il concetto legato alla teoria dell’evoluzione che trova più difficile da spiegare alla persona comune?

R. Evitare di implicare il “disegno intelligente” e quindi uno scopo ultimo. Parlando della grande varietà di adattamenti in natura, siamo a volte spinti ad usare un linguaggio che non aiuta ad arrivare alle basi. Facciamo un esempio: le ali di un uccello non sono disegnate per il volo, certamente possono sembrarlo, ma in realtà sono fatte in quel modo perché gli antenati di questo volatile con ali meno funzionali venivano catturati da predatori oppure si procacciavano meno cibo, lasciando quindi meno discendenti. L’altro punto difficile da spiegare è che un singolo individuo non si evolve, solo la popolazione nella sua interezza lo fa.

D. Il frasario tipicamente usato nel discutere sull’evoluzione spesso sottintende azioni da parte del soggetto, quando in realtà il soggetto stesso non ha nessun ruolo effettivo nel processo evoluzionistico (diversamente da quando sostengono le teorie lamarckiane erroneamente promosse da alcuni). Quanto ha impatto tutto questo, in base alla sua esperienza?

R. È un grosso problema che riporta all’approccio Larmackiano, se non addirittura all’idea di progresso e della Grande Catena dell’Essere greca, implicando una qualche gerarchia naturale, che alcune cose siano meglio di altre (sebbene di fatto tutte le specie viventi al giorno d’oggi sono egualmente di successo). Fa parte dell’idea che gli organismi siano parte attiva della propria evoluzione. Ritorniamo al mio commento precedente: non sono gli individui ad evolvere, ma le popolazioni, tramite il processo di sopravvivenza differenziale.

D. È possibile applicare la teoria dell’evoluzione agli uomini, in un contesto moderno?

E. Steve Jones, dello University College di Londra, è sicuro che l’essere umano non stia più evolvendo. Sopravvivenza differenziale e successo riproduttivo non sono più frutto del nostro patrimonio genetico, ma della capacità che abbiamo di controllare l’ambiente circostante. Tuttavia, la nostra “intelligenza complessa” è il tratto evolutivo che ci ha fatto raggiungere questo traguardo. La trasmissione di idee e la capacità di adattamento saranno quindi dei mezzi culturali e non genetici.

Ci sono ancora esempi di evoluzione nelle popolazioni umane. La resistenza all’AIDS, per esempio, modifica il pool genetico, consentendo la sopravvivenza di alcuni individui a scapito di altri. Tuttavia un’ulteriore specificazione appare alquanto improbabile, data la mobilità e l’interconnessione della popolazione umana globale: l’isolamento prolungato di flussi genetici ne viene praticamente escluso.

D. Quale adattamento evolutivo l’ha veramente sorpresa?

R. La capacità dei parassiti di alterare l’atteggiamento o il comportamento è unica: manipolano gli organismi ospiti (primari e secondari) per far si che si divorino a vicenda, garantendo il perpetuarsi del ciclo parassitario.

D. Ne avrà certamente parecchi, ma qual è l’esempio preferito di evoluzione che usa per le sue lezioni?

R. Uno molto bello è stato recentemente portato alla luce da John Colbourne all’Università di Birmingham. Insieme al suo team ha, infatti,  prodotto prove di evoluzione alla “Jurassic Park”, tramite la biologia della resurrezione. Sono stati in grado di rianimare pulci d’acqua (daphnia) in animazione sospesa da più di mille anni e mostrare come le popolazioni moderne si siano evolute per far fronte alla presenza di fosforo introdotto a partire dalla rivoluzione agricola del medio evo.

Creazionismo

D. Che cosa pensa delle tensioni esistenti tra insegnamento di creazionismo ed evoluzionismo?

R. Il creazionismo ha un problema. Se accettassero la Bibbia letteralmente, allora dovrebbero rigettare le conclusioni della scienza che sono basate su fatti. La scienza non può incorporare saltuari interventi soprannaturali nel mondo naturale. Se insegnate questa come una possibilità allora predizioni ed estrapolazioni sono automaticamente impossibili. Non potete far affidamento sui dati sperimentali.

Penso che la comprensione dei problemi del creazionismo sia utile alla scienza, ma deve trattarsi di idee e storia, non del processo scientifico. Sospetto che per i creazionisti più inveterati si tratti di fede e la fede è qualcosa che può essere utilizzato per opporsi a prove confutanti. Forse lo vogliono insegnare perché gli è stato detto dal loro Dio. Per me non esiste conflitto: la scienza riguarda prove e valutazioni di fatti, la religione fede e rivelazione.

D. Perché questo dibattito è diventato un tema così caldo?

R. Il conflitto tra scienza e creazionismo non deve necessariamente andare di pari passo con un conflitto tra scienza e religione. Queste possono coesistere, creazionismo e scienza no. La religione è un fatto personale. La scienza è un insieme di accadimenti riproducibili e misurabili che ci danno una teoria di come funzioni il mondo, suscettibile di modifiche man mano che nuovi dati, o nuove interpretazioni, vengano alla luce. Tutte le teorie scientifiche, evoluzione inclusa, sono verificabili e possono essere smentite. Nessun esperimento, però, sarà mai in grado di smentire proposizioni fideistiche quali il creazionismo. Siamo colpevoli di presentare la scienza come un fatto completo (sebbene la mancanza di comprensione da parte dei media di come venga trattata l’incertezza in ambito scientifico ne sia in parte colpevole). Non conoscere qualcosa è un punto di forza della scienza, trattandosi – dopotutto – di un processo e non di un corpus di nozioni.

D. Perché è così difficile per tanti cristiani individuare e seguire un simile filo logico, per riconciliare il divario percepito tra la storia evolutiva dell’universo e la propria fede?

R. La Bibbia nasce da una lunga tradizione ebraica di storie allegoriche, che non vanno intese nel senso letterale del racconto. Penso che il problema sia il fondamentalismo di alcuni. Perché questo debba risultare in una situazione di mutua esclusione, non saprei dirlo, forse dipende dal percorso che li ha portati alla propria fede.

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