Come discutere con chi crede in cose ridicole

Articolo originale: How to argue with silly things believers, di John S. Wilkins. Si ringrazia Sonia Ciampoli per la traduzione.

Dunque, stante tutto ciò che abbiamo detto [Why believers believe silly thingswhy they believe the particular silly things they do, e the developmental hypothesis of belief acquisition], come si può far cambiare idea a un “sostenitore di cose ridicole”? Verrebbe da dire che non è possibile, oppure, in una prospettiva più razionalista, che bastino ulteriori argomentazioni, entrambe posizioni sostenute spesso. Ma, come ci si può aspettare, la situazione è un po’ più complessa.

Innanzitutto, qui ci sono due diverse questioni. La prima è quella individuale: come si possono cambiare le convinzioni personali di un dato individuo? La seconda è la questione di gruppo: come possiamo cambiare il punto di vista complessivo di una parte specifica di popolazione? Sono domande diverse con risposte diverse.

La domanda individuale non ha una risposta univoca: dipende dall’insieme di convinzioni personali del soggetto, da quanto sono internamente coerenti, e se sono o meno influenzabili dall’esperienza empirica (sì, se i soggetti sono in crisi). Un credente che abbia un insieme di convinzioni abbastanza coerente, con nessun conflitto interiore degno di nota, e che non si trovi in una posizione suscettibile alle sfide empiriche, è relativamente immune alle argomentazioni razionali. Se deve affrontare una sfida empirica (cioè se le sue convinzioni non trovano corrispondenza con il mondo di cui ha esperienza, come nello studio classico sui millenaristi di Leon Festinger e colleghi [Festinger et al. 1956]), una soluzione è quella di negare i fatti, un’altra è di reinterpretare le convinzioni secondarie o meno importanti per salvare quelle fondamentali, e la terza è di reinterpretare l’aspetto centrale del sistema di credenze perché non possa essere messo in discussione dai fatti. Tutte e e tre le strategie possono essere riscontrate con facilità. Per esempio, i negazionisti del riscaldamento globale metteranno in discussione i fatti. I creazionisti accetteranno alcuni fatti, ma li reinterpreteranno o reinterpreteranno il modo in cui possono essere usati dai pensatori creazionisti. Infine, il mio caso preferito di reinterpretazione di principi fondanti, la reazione della Chiesa cattolica alle teorie atomiche e chimiche di John Dalton: fu sostanzialmente cambiata una tesi centrale nella dottrina della transustanziazione, che passò da una realtà fisica a una metafisica (dando parzialmente ragione a ciò che avevano criticato dei luterani 400 anni prima).

Di solito, quando si verificano queste situazioni, i sostenitori della teoria negano che siano successe (Schmalz 1994), come nel revisionismo storico di 1984, quando il Paese scende in guerra contro un nuovo avversario ma, di fronte alla manipolabile popolazione, afferma che “Siamo sempre stati in guerra con l’Oceania”. Queste tre strategie diventano man mano più schizoidi. Reinterpretare i principi fondanti delle proprie convinzioni perché si adattino a nuovi dati di fatto è una sana risposta al mondo, salvo che per i problemi relativi all’identità di gruppo (noi non siamo d’accordo con i luterani, quelli sono eretici!). La Chiesa ha accettato (tardivamente) il valore scientifico di Galileo, Dalton e Darwin.

La revisione delle convinzioni secondarie è più complicata. Quando i creazionisti [onesti] investono del tempo nel tentativo di adattare i dati di biogeografia, biodiversità, genetica e tecniche di datazione, capita che vedano le proprie “ipotesi” morire di quella che Flew chiama “la morte di migliaia di requisiti”, ma questo accade anche ai sostenitori di ipotesi scientifiche superate, e non c’è un punto preciso superato il quale diventa irrazionale sposare certe idee. Eppure, come per la pornografia, noi tutti sappiamo riconoscere l’irrazionalità quando la vediamo. L’approccio razionalista alla questione, tuttavia, si muove come se ci fosse, o dovesse esserci, una linea di confine che non dovrebbe essere superata, e questo porta a interminabili “dibattiti”, con tesi e controtesi, che raramente conducono a una qualche conclusione.

Il terzo approccio consiste semplicemente nel negare i dati. Può essere portato avanti mettendo in discussione l’affidabilità di coloro con i quali non siamo d’accordo (attacchi ad personam, ad esempio, in merito alla rettitudine dei climatologi). Sia i sostenitori di pseudo-scienze (come l’esistenza del Bigfoot o l’omeopatia) sia quelli delle anti-scienze (come il creazionismo o l’antivaccinismo) riescono a trovare vari modi per mettere in discussione i fatti stessi.

Ora, man mano che diminuisce la base empirica della risposta, aumenta la difficoltà della discussione, finché non si raggiunge un livello in cui è impossibile qualsivoglia argomentazione ragionata. Ma questo è causato dalla strategia adottata dal credente, non dalla posizione o convinzione che sostiene. Magari si riesce a far cambiare idea a un omeopata, mentre un cattolico può rimanere testardamente aggrappato all’idea che l’ostia sia veramente carne e sangue, convinto che i chimici siano semplicemente degli anti-cattolici. Dipende dalla singola persona. Se il nucleo centrale è cognitivamente radicato, è poco probabile che un credente si metta razionalmente o empiricamente in discussione. [Come nota a margine, capita spesso di sentire aneddoti su sostenitori dell’omeopatia o altre medicine alternative che, di colpo, si rivolgono alla medicina empirica quando ad ammalarsi è il figlio o la persona amata. Questa è una vera crisi personale. E, comunque, può anche portare il sostenitore a credere più fermamente, come nota Festinger.]

A livello di gruppo, poi, le cose sono ancora più complicate. Qui a contare è anche la struttura istituzionale del gruppo sociale in cui è condivisa quella credenza. La sua stessa malleabilità aiuta a determinare se la comunità si adatti o si trinceri: più una comunità è di tipo autoritario, più tenderà ad escludere tutti coloro che si allontanano anche solo leggermente dal sistema di valori, meno sarà aperta al cambiamento. Un’altra questione è la grandezza della comunità. La Chiesa cattolica, ad esempio, per quanto apparentemente gerarchica (in effetti, lo stesso termine gerarchia deriva dalla sua struttura paramilitare piena di ordini e vincoli; significa “comando dei sacerdoti”), è stata molto elastica nell’interpretazione delle sue credenze principali. Questo in larga parte dipende dal fatto che la Chiesa non è piccola ed esistono de facto molti centri di comando oltre al clero. Per esempio, i Gesuiti hanno giocato un ruolo importante nell’adozione, adattamento e accettazione delle verità scientifiche, mentre altri premevano per un ritorno a credenze precedenti e più conservatrici. Le dottrine cristiana, ebraica e islamica sono state capaci in vari modi di adattarsi alle nuove scienze e alle nuove condizioni sociali (come mostrò approfonditamente, alle fine del Diciannovesimo secolo, Harnack nel suo classico Storia del Dogma).

Ma possono essere individuate alcune caratteristiche generali. La  prima è che più il gruppo si affida alle autorità perché dicano ai fedeli in cosa devono credere, meno mutevole è la tradizione. Come ho sostenuto  nell’articolo sul creazionismo razionale, questo è dovuto a una divisione doxastica del lavoro: molti di noi non hanno tempo per approfondire le idee scientifiche più tecniche, per esempio, e quindi ci affidiamo alle autorità riconosciute in materia. Ma le autorità che scegliamo come punti di riferimento dipendono molto dal gruppo sociale con cui condividiamo una data fede. Scegliamo di credere alle nostre autorità anziché alle loro. Come ho già detto, questo, da un punto di vista evoluzionistico, dipende dal fatto che questi punti di riferimento sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. Sposare le loro posizioni può avere un prezzo, ma è compensato dal risparmio di tempo, fatica e risorse che si ottiene accettando delle idee pronte e confezionate. Abbiamo un’inclinazione ad adottare il punto di vista di quelli fra i quali cresciamo, perché è economico, e con ogni probabilità non ci ucciderà. Solo quando entriamo in uno stato di crisi arriviamo a sfidare queste autorità, e anche in questo caso ci arriviamo per gradi, finché non raggiungiamo una (personale) soglia di incredulità.

Una seconda caratteristica dipende dal grado di coinvolgimento che abbiamo verso il resto della società in cui è collocato il nostro gruppo di riferimento. Persino l’Assemblea dei fratelli deve interagire con insegnanti, media e quella cultura popolare che è proprio lì sullo scaffale. Messaggi in conflitto con il nostro sistema di valori possono toccare altri punti sensibili (personali) che mettono in discussione le nostre convinzioni principali. Quando ciò accade, può scatenarsi una crisi da cui deriva una rapida conversione (o de-conversione) nelle convinzioni principali.

Questo è il motivo per cui uno dei più importanti campi di battaglia fra le varie ideologie è il controllo e la modifica del sistema educativo. Se si semina fra i bambini qualche dubbio su, poniamo, la biologia evolutiva, è razionale (in senso lato) per loro attenersi alle convinzioni sostenute dalla corrente di pensiero della cui comunità fanno parte. Ma se la biologia evolutiva (o qualsiasi altro tema) viene presentata nel contesto scolastico fermamente e senza contraddittorio con altre teorie, allora l’autorità di riferimento degli studenti potrebbe cominciare a essere messa in discussione. Come ho scritto nell’articolo sul creazionismo, una quantità sufficiente di dubbi tenderanno a far oscillare la traiettoria dello sviluppo di un credente, allontanandola dal sistema di valori esclusivo della sua comunità. L’intera popolazione diventa più “accomodazionista“.

Il che ci porta alla mia tesi conclusiva: l’immunità di branco. In materia di vaccinazioni, quando una quantità sufficientemente vasta di popolazione è stata vaccinata, l’epidemiologia della malattia per la quale si è stati vaccinati raggiunge un punto in cui la possibilità di infezione fra i non vaccinati (i neonati, per esempio) è molto bassa. Le ideologie si comportano come agenti patogeni (metafora fin troppo abusata, secondo me) in questo senso: poiché gli spunti per le nostre convinzioni ci vengono dalle norme sociali con cui siamo a contatto, quando queste norme sono ragionevoli, quelle irrazionali tendono a naufragare, creando una pressione sociale nell’evoluzione delle credenze affinché non siano troppo assurde, altrimenti il credente verrà isolato dal contesto sociale in cui vive. Un’educazione adeguata alle convinzioni razionali costringe quelle “stupide”, o quanto meno quelle stupide che hanno conseguenze nel mondo reale, a essere meno stupide.

Chiunque abbia conoscenza di genetica delle popolazioni sa che questo non significa che l’intera popolazione diventerà di colpo ragionevole. In genetica ed epidemiologia, il rapporto benefici-variabili negative raggiunge un punto di equilibrio chiamato strategia evolutivamente stabile. In economia, si chiama ottimo paretiano. L’aumento di una varietà diminuirebbe la qualità media della popolazione, quindi le due variabili rimangono in uno stato di equilibrio finché non cambiano le condizioni esterne. E’ per questa ragione che io non credo che la religione “scomparirà”, come pensano invece molti razionalisti. Dalla religione derivano benefici di gruppo, e anche nella più secolare delle società, finché il “costo” dell’essere religioso non supererà i benefici, la religione come istituzione permarrà.

Quindi, al fine di curare i supposti mali della religione (o del conservatorismo, delle pseudoscienze, del radicalismo, etc), la strategia migliore per coloro le cui idee sono empiricamente fondate è, secondo me, di resistere ai tentativi di diluire la scienza e le altre forme di educazione. In questo modo si creerà una pressione selettiva contro le idee estremiste. Un approccio simile potrebbe essere adottato nelle lezioni di Educazione Civica contro gli estremismi politici e via dicendo.

Prima di concludere, dovrei chiarire un punto: non sto sostenendo di essere il solo ideologicamente puro e coerente con le mie idee. Ciò che dico in generale si applica anche a me (questa è una delle critiche che spesso vengono avanzate al Marxismo, che Marx si ritiene immune dalla falsa coscienza). Ritengo di avere anche io convinzioni conflittuali, e una delle ragioni per cui ho condiviso questi pensieri qui è per ricevere dalla comunità lo stesso tipo di correzioni di cui ritengo abbiano bisogno quelli che ho portato ad esempio.  Io sono un radicale (sempre di più man mano che invecchio), ambientalista, liberal a-partitico affine a John Stuart Mill e molto, molto, sostenitore della scienza. Ritengo di avere non pochi difetti. Come mi disse una volta un amico, sono come un gobbo che non può vedere la propria gobba, ma vede quella di tutti gli altri. Mi aspetto di sentirmi dire tutto questo. Ma ritengo che questa analisi sia all’incirca corretta.

Immagine: l’Apocalisse in una chiesa ortodossa, da Wikimedia

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