La dieta dei gruppi sanguigni? Non funziona

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Emiliano Benelli, collaboratore del CICAP, è laureato in scienze e tecnologie del fitness e prodotti della salute, nonché laureando magistrale in scienze biologiche, curriculum “nutrition and functional food”, presso l’Università di Camerino. Per Query Online ha già scritto un articolo sulla dieta Dukan.

Recentemente uno studio canadese ha analizzato l’efficacia della famosa quanto bizzarra “emodieta” o “dieta dei gruppi sanguigni”.

L’emodieta fu inizialmente ipotizzata dal naturopata statunitense James D’Adamo nel libro One man’s food (1980), in seguito strutturata dal figlio Peter J. D’Adamo e descritta nel libro Eating right for your type pubblicato nel 1997; grande successo editoriale, come accade spesso per le diete miracolose, con 7 milioni di copie vendute e traduzioni in più di 50 lingue.

A differenza del solito, però, le promesse della dieta dei gruppi sanguigni erano relative, più che al dimagrimento, al miglioramento dello stato di salute vero e proprio e alla riduzione di tutti i fattori di rischio riguardanti malattie croniche, patologie cardiovascolari, eccetera.

D’Adamo ipotizzò che i vari gruppi sanguigni (0, A, B e AB) si fossero formati in periodi evolutivi differenti e secondo stili alimentari e comportamentali diversi tra loro e categorizzò l’umanità nei seguenti gruppi:

  • cacciatore (gruppo 0): colui che diede origine alla progenie, la cui dieta dovrebbe essere basata prevalentemente su cacciagione, frutta e piante;
  • agricoltore (gruppo A): diretta evoluzione del primo gruppo, il quale dovrebbe osservare una dieta per lo più vegetariana;
  • nomade (gruppo B): tale categoria o gruppo sanguigno si sarebbe formata circa 10.000 anni fa tra le popolazioni mongole e caucasiche, dedite alla pastorizia. A questo gruppo apparterrebbe il regime alimentare più vario (consentiti, oltre a carne e vegetali, anche i prodotti caseari);
  • enigma (gruppo AB): più recente e “enigmatico” a detta di D’Adamo, sviluppatosi circa 1000 anni fa (raggruppante solo il 4% della popolazione), si sarebbe evoluto dalla mescolanza dei gruppi A e B . La dieta per questi soggetti dovrebbe essere moderata per quanto riguarda le quantità e con le medesime limitazioni che accomunano sia il gruppo A sia il gruppo B.

Inoltre D’Adamo suddivise i vari alimenti in liste differenti secondo il gruppo di appartenenza, per ognuno dei quali elencò cibi “benefici”, cibi “neutri” o “indifferenti” e cibi “nocivi”.

Il cardine della sua teoria era costituito dalle lectine, proteine di origine prevalentemente vegetale, che se introdotte nell’alimentazione di persone con il gruppo sanguigno “sbagliato”, avrebbero causato l’agglutinazione delle cellule sanguigne con conseguente precipitazione delle medesime, l’innesco di un processo infiammatorio e la sintomatologia da “pseudo” intolleranza (anche se in realtà l’agglutinazione ha un esito più nefasto e meno “pseudoscientifico”, vedi le complicanze del diabete).

Per avvalorare la sua teoria D’Amato affermò che in base al gruppo sanguigno di appartenenza certe patologie avrebbero avuto un’incidenza maggiore. Per esempio: il gruppo A avrebbe dovuto soffrire prevalentemente di anemia, disturbi epatici e diabete di Tipo 1; il gruppo B di malattie autoimmuni (che contrasta con quanto detto per il gruppo A, visto che il diabete di Tipo 1 è una patologia autoimmune nel 95% dei casi) e il gruppo AB di patologie cardiovascolari.

Fin dalla sua invenzione, la dieta dei gruppi sanguigni non ha convinto medici e biologi, per queste ragioni:

  • le lectine presenti nei cibi sono veramente poche (si trovano per lo più nei cereali crudi) e sono altamente termolabili, quindi in generale non creano problemi;
  • a livello statistico non vi è alcuna prevalenza di patologia per gruppo sanguigno;
  • se fosse vera l’ipotesi inerente ai latticini, tutti gli intolleranti al lattosio e gli allergici alle proteine del latte dovrebbero appartenere solo al gruppo 0, mentre per i gruppi AB e B non dovrebbe sussistere alcun problema, ma in realtà non è così;
  • l’evoluzione dei gruppi sanguigni ipotizzata da D’Adamo non trova riscontri nella filogenetica; dagli ultimi studi sembra, ad esempio, che il gruppo A si sia evoluto per primo, mentre il gruppo 0 sarebbe comparso solo in seguito. Ad ogni modo tutti gli studi concordano che questa differenziazione sia vecchia di milioni di anni, e non sia certo avvenuta solo 1.000 o anche 10.000 anni fa;
  • i gruppi sanguigni, di fatto, sarebbero pochi se si fossero differenziati come conseguenza dell’alimentazione, come prospettato dal naturopata. Nel mondo esistono infatti stili alimentari molto diversi: popolazioni lapponi che si alimentano solo di carne, pesce e grassi; popolazioni orientali che si nutrono quasi esclusivamente di pesce e cereali; alcune tribù africane fruttivore, insettivore, eccetera. Schematizzare tutti gli stili alimentari in quattro tipologie diverse sembra davvero troppo riduttivo.

Purtroppo affermare che non ci sono prove dell’efficacia di una dieta è spesso insufficiente agli occhi dei più, rispetto al mostrare prove di non efficacia. Fortunatamente, esistono le peer review.

Il 15 gennaio 2014 è stato pubblicato uno studio effettuato presso il Toronto Nutrigenomic and Health institute che ha visto la partecipazione di 1455 soggetti ai quali sono state proposte le differenti diete, senza essere accoppiate correttamente con il loro gruppo sanguigno (appaiamento eseguito invece sul gruppo di controllo).

I gruppi sono stati seguiti sia tramite la verifica della presenza di determinati biomarker, indici che permettono di monitorare la salute “cardiometabolica”, sia tramite il controllo di parametri antropometrici (indice di massa corporea o BMI, Body Mass Index, e circonferenze), incrociando il tutto con i punteggi statistici ottenuti da ogni dieta associata al corrispondente gruppo sanguigno.

I risultati ottenuti hanno dimostrato effettivamente che diete diverse hanno conseguenze diverse sulla salute. Infatti:

  • la dieta “Gruppo A” è stata la più efficace, poiché ha portato a una riduzione del BMI (indice di massa corporea), della circonferenza vita, della pressione arteriosa, del colesterolo sierico e della glicemia;
  • la dieta “Gruppo AB” ha mostrato una riduzione dei biomarker cardiaci ma non del BMI e della circonferenza vita;
  • la dieta “Gruppo zero” ha dimostrato una riduzione dei trigliceridi a livello ematico;
  • la dieta “Gruppo B” non ha dimostrato alcun beneficio.

Attenzione però: l’appaiamento della dieta con il presunto gruppo sanguigno “corretto” non ha mostrato alcuna differenza rispetto ai gruppi “non associati”, confermando, quindi, che la bislacca teoria proposta da D’Adamo non ha fondamento: gli effetti dell’alimentazione sono sempre gli stessi, non importa quale sia il proprio gruppo sanguigno.

Terminando, esorto nuovamente i lettori a non approcciarsi mai a regimi dietetici e nutrizionali in modo arbitrario e senza le dovute conoscenze in materia: affidatevi sempre a chi ha dedicato anni di studio e di aggiornamenti a una professione sanitaria che è legalmente autorizzato a svolgere; inoltre diffidate sempre di chi vuole vendervi la soluzione universale.

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