La scienza e i media nell’ultimo libro di Andrea Candela

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Dal sogno degli alchimisti agli incubi di Frankenstein
Andrea Candela
Franco Angeli, 2013
pp. 268
€ 28,00

Recensione di Andrea Albini

 La divulgazione della scienza sta vivendo un momento contraddittorio. Mentre cresce la quantità di notizie scientifiche che passano sui media (nuovi e vecchi) e aumenta l’interesse nell’opinione pubblica formata dai media medesimi, gli schemi narrativi e le griglie interpretative utilizzate per creare la “cultura scientifica” delle persone comuni rimangono quelli che in passato erano usate per costruire miti e leggende.

E’ questo il tema di fondo del ricco e articolato saggio di Andrea Candela, giovane docente di comunicazione della scienza all’Università dell’Insubria; un testo che offre, quasi ad ogni pagina, argomenti di riflessione e che ci auguriamo possa finire nelle mani non solo degli esperti di scienze sociali ma di tutti coloro che si occupano professionalmente di giornalismo e in particolare di giornalismo scientifico.

La quantità e la complessità della ricerca scientifica aumenta progressivamente anno dopo anno e non può essere raccontata in modo esauriente negli spazi limitati dell’informazione giornalistica, anche se è possibile raggiungere un buon compromesso. Le distorsioni presenti nell’informazione scientifica dei media, e che sono davanti agli occhi di tutti coloro che sanno giudicarle, non sono unicamente una questione di competenza sui contenuti da parte dei comunicatori (e di ignoranza da parte dei fruitori dell’informazione stessa) ma riguardano soprattutto le modalità con cui la comunicazione giornalistica non solo informa e intrattiene il suo pubblico, ma interpreta i fatti scientifici e li decodifica secondo schemi definiti, dando loro significato. Questa “visione del mondo”, che poco ha a che fare con le minuzie e i tecnicismi degli specialisti, ha radici profonde che emergono ogni volta che l’uomo si trova di fronte a forze e soggetti ambivalenti. E pochi argomenti contengono in sé quell’intrinseca ambivalenza capace di suscitare nel cittadino comune allo stesso tempo speranze e paure quanto la scienza. Naturalmente con la paura che gioca la parte del leone, perché le cattive notizie catturano l’attenzione del pubblico e parlare con toni allarmistici di OGM, biotecnologie, clonazione, inceneritori, centrali nucleari, pandemie virali e ogni sorta di “nemico invisibile” colpisce l’emotività delle persone molto più della valutazione di contenuti complicati, noiosi e spesso non chiaramente risolti.

Eppure, leggendo Candela ci accorgiamo che è anche esistito un periodo, all’inizio del Novecento, in cui i raggi X e la radioattività erano visti e descritti come una panacea universale. Ma non appena fu riconosciuta la potenziale pericolosità di certe applicazioni cominciarono ad uscire articoli sul “raggio della morte” oppure – durante l’ultimo conflitto mondiale – su fantomatiche ricerche riguardanti un “raggio d’impedimento” capace di arrestare gli aeroplani in volo, a cui si sarebbe dedicato Guglielmo Marconi. A quanto pare, l’informazione giornalistica sembra non poter fare a meno della contrapposizione.

Candela ci avverte che il giornalismo – e il giornalismo scientifico non fa eccezione – può essere visto come un vero e proprio genere narrativo che racconta una storia usando una particolare retorica, si concentra nei dettagli e veicola una determinata interpretazione che appartiene a un immaginario specifico, dominato da stereotipi, opinioni e luoghi comuni. Spesso l’informazione scientifica fa leva su elementi di curiosità, emotività e stranezza, e incasella i fatti nelle categorie interpretative del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo. Nei casi peggiori (ma sempre più frequenti) gli argomenti scientifici passano dal campo degli esperti o dei giornalisti scientifici alla sfera pubblica delle opinioni, dei dibattiti o della semplice chiacchiera televisiva. In questo ambito il parere esperto e l’approfondimento sono spesso marginalizzati (ammesso che vengano presi in considerazione) a discapito delle convinzioni personali di personaggi televisivi famosi, il cui giudizio dà sostegno o indebolisce la tesi in questione, anche se fondamentalmente chi interviene sa ben poco sull’argomento.

Immaginare che la comunicazione pubblica della scienza possa cambiare è irrealistico perché l’approccio emotivo fa vendere e crea audience. Pretendere invece che chi si occupa di comunicazione impari a essere ugualmente interessante distaccandosi da stereotipi comuni è sicuramente più ragionevole. La lettura di un libro come Dal sogno degli alchimisti agli incubi di Frankenstein fornisce certamente elementi per migliorare.

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