Stamina, non voglio mica la Luna

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Stamina nasce nel sottoscala di un’azienda che si occupa di ricerche di mercato, la Cognition Srl, che ha sede in via Giolitti, nel centro di Torino. Poco più di 300 metri quadri, un paio di microscopi, un frigorifero e una rete di medici compiacenti e cliniche private della cintura torinese per prelievi e infusioni. Nel 2006 Davide Vannoni è riuscito a far arrivare a Torino i due biologi ucraini, Elena Schegelskaya e Vyacheslaw Klymenko, che avevano messo a punto il trattamento che, a detta sua, l’avrebbe guarito dalla paresi facciale e, mentre da via Giolitti passano decine di malati, il nostro protagonista si occupa di cercare fondi e finanziamenti, privati e pubblici.

Vannoni gira per la città mostrando alcuni video che attesterebbero i prodigi del “metodo” che ha per le mani, usando una tecnica che potremmo definire “tecnica von Braun”. Wernher von Braun è considerato il padre del programma spaziale americano: ingegnere, nato e cresciuto in Germania nella prima metà del Novecento, aveva progettato i missili usati dall’esercito nazista per bombardare Londra. Fuggito negli Stati Uniti verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha utilizzato le sue conoscenze missilistiche per collaborare prima con l’esercito americano e successivamente con la Nasa. Lo scienziato tedesco era, infatti, convinto che i missili potessero servire come veicoli per i viaggi spaziali, ma per riuscire a dimostrarlo aveva bisogno di molti soldi e per avere molti soldi doveva convincere il pubblico americano a donarli. Ha avuto quindi l’intuizione di invertire la tendenza tipica del mondo scientifico del chiedere finanziamenti sulla fiducia per poi mostrare i risultati a cose fatte. «Facciamo vedere quello che si può fare con i loro soldi e loro ce li daranno», si deve esser detto una mattina guardandosi allo specchio.

E un’altra mattina, molti anni dopo, davanti a un altro specchio, la stessa cosa deve essersela detta il nostro protagonista, Davide Vannoni. Le due storie viaggiano in parallelo. Da un lato von Braun ha dato il via a una campagna pubblicitaria fatta di articoli, racconti di fantascienza, film veri e propri girati con la collaborazione di Walt Disney, nei quali descriveva i viaggi spaziali, entrava nei dettagli tecnici delle navicelle e della vita su altri pianeti e pian piano, racconto dopo racconto, fotogramma dopo fotogramma, nella mente degli americani si creavano nuovi immaginari. Andare sulla Luna era diventato in quegli anni il desiderio di tutti e sembrava anche possibile, a portata di mano, era qualcosa per cui valeva la pena investire dei soldi. E, infatti, la Nasa ha raccolto milioni e milioni di dollari che hanno permesso all’umanità di mettere piede sulla Luna.

Dall’altro lato, a Torino, venivano mostrati agli aspiranti pazienti e ai decisori politici video di ballerini russi affetti dal morbo di Parkinson che tornavano a ballare, donne paralizzate dalla SLA che si alzavano in piedi e ricominciavano a camminare, malattie meno terribili ma fastidiose come la psoriasi che regredivano. Anni dopo, grazie alla collaborazione di una trasmissione televisiva, lo stesso copione sarà ripetuto davanti a milioni di telespettatori, ma questa volta i protagonisti dei video saranno la “piccola Sofia”, il “piccolo Gioele”, “il piccolo Sebastian” e i tanti altri che impareremo a conoscere uno a uno.

Nel documento redatto per la Regione Piemonte sulla comunicazione “persuasiva” della prevenzione in campo medico di cui abbiamo parlato qui, il nostro protagonista scriveva anche che

«non bisogna dimenticare come, un livello eccessivo di emozione trasmessa, possa, inibire i processi di apprendimento e la capacità di elaborazione e di memorizzazione.»

Non dimentichiamolo e proviamo a leggere queste parole nell’ottica di quanto successo negli ultimi dodici mesi.

«Se vostro figlio fosse affetto da una malattia straziante che lo porta a una morte lenta, ma inesorabile, voi che fareste?» chiedeva, a febbraio, 2013 Giulio Golia, storica “iena” della televisione, nella prima di una lunga serie di puntate che il suo programma, dedicherà alla vicenda. Risponde il padre del bambino: «L’unica speranza che possiamo avere sono le cellule staminali», incalza Golia «I progressi sono notevoli» e aggiunge «Il bambino rischia di morire!».

Ora ripetiamo questo copione per un anno intero, caricando molto sul fatto che le vite di queste creature indifese sono appese a un filo che si chiama Stamina, facendo la moviola di ogni singolo “segnale” di miglioramento, mandando allo sbaraglio in televisione e nelle conferenze stampa i genitori dei piccoli pazienti e elencando ogni singolo morto in lista d’attesa, dando per scontato che la cura gli avrebbe salvato la vita. In un anno, dal febbraio del 2013 si è passati da quell’ipotetico: «il bambino rischia di morire» ad un sicuro: «ci sono già OTTO morti, tra cui tre bambini, in lista di attesa senza avere avuto la possibilità di accedere alle terapie Stamina» (Davide Vannoni, 30 dicembre 2013), fino all’omicidio volontario: «qui stanno morendo tutti, è ora di farla finita con questa strage di bambini e adulti» (Pietro Crisafulli, presidente di Sicilia Risvegli Onlus, 17 gennaio 2014).

Come si fa a ragionare in queste condizioni? Quei video mostrati a milioni di telespettatori ogni settimana hanno scardinato il normale processo di elaborazione delle informazioni, contribuendo a creare quell’escalation che ha raggiunto il suo culmine con il dissanguamento in piazza dei pazienti. E non lo diciamo noi, ma Vannoni stesso che continua così la sua spiegazione iniziata poco sopra:

«questi elementi portano a fare alcuni ragionamenti, anche di ordine etico, nell’ambito della comunicazione in generale e, nello specifico, di quella medica: la presenza di emotività nella comunicazione è un fattore determinante qualora si vogliano spingere le persone a mettere in atto un comportamento, ma l’uso eccessivo di emotività nei messaggi può altresì condurre a forme di manipolazione o a creare stati emotivi particolarmente forti quali ansia, paura».

Manipolazione, ansia, paura. Vengono i brividi.

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