L’erba della regina

L'erba della Regina

L’erba della Regina
Paolo Mazzarello
Bollati Boringhieri, 2013
€ 16.00

 Recensione di Andrea Albini

Verso la metà degli anni Trenta del secolo passato, la regina d’Italia ebbe notizia dalla figlia, moglie del re di Bulgaria, che in quelle terre un guaritore locale stava applicando con successo un trattamento erboristico contro una terribile malattia neurologica. Da sempre attenta agli aspetti pratici e popolari della medicina, la sovrana decise di provare questa cura nel nostro paese. Coinvolse quindi un eminente luminare universitario romano, acquistò a proprie spese le erbe necessarie, e arrivò a fare pressione perché fosse cambiata la legge che impediva ai malati cronici, con i gravi postumi di questa patologia, di essere ricoverati negli ospedali e poter ricevere il trattamento. Presto si diffuse la notizia, e una folla di persone cominciò a chiedere di includere i propri familiari nelle liste della sperimentazione: «diventando impazienti e premendo con pervicace insistenza» non solo alle porte della clinica che somministrava la terapia ma anche a quelle delle residenze dei reali d’Italia.

Un caso Stamina (o Di Bella) ante litteram? Avremmo ragione di temerlo, abituati come siamo a vedere la consueta disattenzione della politica italiana nei confronti della scienza dissiparsi, ad intervalli regolari, preferibilmente sulla scia di richieste emotive e di rivendicazioni che di scientifico hanno poco.

Per fortuna quella che ci racconta Paolo Mazzarello, storico della medicina all’Università di Pavia, è una vicenda differente. Il rimedio erboristico – a base della potente e pericolosissima Atropa belladonna – funzionò davvero e fu di beneficio per molti malati affetti da encefalite letargica, un serio disturbo del sistema nervoso che colpì in forma acuta centinaia di migliaia di individui quando imperversava la prima guerra mondiale (e contemporaneamente l’epidemia di influenza spagnola)  protraendosi per una decina di anni e lasciando un lungo strascico di malati cronici post-encefalici, autentici zombi con lo sguardo fisso, i movimenti lenti, spesso in preda a tremori e talvolta a disturbi psichiatrici. Molti di questi sfortunati giacevano ricoverati negli ospizi per malati, dove conducevano una vita semivegetativa.

Elena, la regina d’Italia, veniva dal Montenegro e non disdegnava le tradizioni contadine del suo paese, inclusa quella di curare con le erbe seguendo ritualità magiche. Il guaritore da cui era rimasta affascinata si chiamava Ivan Raev, ed utilizzava – seguendo una formula segretissima – una miscela di belladonna e altre sostanze capaci di attenuare gli effetti più velenosi del vegetale. La pianta essiccata di belladonna, infatti, conteneva una serie di alcaloidi tra cui l’atropina, usata fin dall’Antichità per trattare le malattie nervose e i reumatismi.

Via via che la “cura bulgara” acquistava in popolarità e diffusione non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei e negli Stati Uniti, la ricetta segreta di Raev fu sostituita da preparati prodotti con piante di belladonna locali. Nell’Italia autarchica del fascismo essa divenne una «droga e cura italianissima» e sul finire degli anni Trenta entrò in commercio un farmaco di sintesi che ne conteneva i principi attivi; e che rimase la migliore terapia fino agli anni Cinquanta, quando si rivelò inefficace nella fase tardiva della malattia. Un ulteriore progresso si verificò solo nel 1969, quando il medico e scrittore Oliver Sacks provò a somministrare una nuova sostanza – la levodopa usata per il Parkinson – nei pazienti post-encefalici superstiti della clinica di New York presso cui lavorava, ottenendo risultati miracolosi, ma al costo di effetti collaterali molto gravi. Ne avrebbe parlato in un libro (e più tardi in un film) famoso intitolato Risvegli. Ancora adesso non esiste una terapia risolutiva per l’encefalite letargica, si può solo cercare di alleviarne i sintomi.

Il periodo in cui si diffuse la cura basata sulla “erba della Regina”, così fervidamente voluta da Elena di Savoia, apparteneva ancora al periodo “eroico” della medicina: ai nostri giorni sarebbe impensabile mettere alla prova intrugli di dubbia provenienza senza prima averne analizzato ed isolato i principi attivi e stabilito protocolli che garantiscano la sicurezza del paziente e la verifica della reale efficacia della cura. Ma ben al di là delle sue indubbie proprietà terapeutiche – sottolinea Mazzarello – la cura voluta dalla regina ebbe il merito di risvegliare l’interesse per una categoria d’infermi seppelliti in oscuri cronicari e considerati, fino a quel momento, senza speranza. Ed è anche probabile che quando la terapia si diffuse nella Germania nazista, abbia contribuito a sottrarre i medesimi pazienti dai crudeli programmi eugenetici che prevedevano la soppressione degli invalidi e dei malati mentali.

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