Torna lo speciale Bad Pharma / Effetti collaterali

Effetti collaterali

Lo scorso febbraio Query Online si era occupata dell’inchiesta di Ben Goldacre che squarciava il velo sugli aspetti più torbidi del rapporto che intercorre tra medicina e industria farmaceutica. Il libro dedicato da Goldacre a questa tematica, Bad Pharma, è stato di recente tradotto in italiano per i tipi di Mondadori, con il titolo Effetti collaterali. Sulla scorta di questa recente pubblicazione, abbiamo deciso di interpellare Salvo Di Grazia – medico e curatore del fortunato blog di informazione medica MedBunker – per rivolgergli alcune domande sulle controverse questioni sollevate dal libro.

Nella sua inchiesta Goldacre ci illustra una drammatica situazione nella quale la ricerca scientifica sembrerebbe succube e asservita alle case farmaceutiche. Qual è, in sintesi, il tuo parere sulla questione, alla luce della tua attività di medico e divulgatore scientifico?

Io non parlerei di “asservimento” (fortunatamente la maggioranza dei nostri medici e ricercatori è preparatissima, onesta e produttiva) ma di forte influenza sicuramente sì. Il problema è sotto gli occhi di tutti, la ricerca costa, realizzare esperimenti è ormai un’attività che non si può ottenere con un microscopio e due fogli di carta; gli strumenti ed i metodi sono sempre più accurati e costosi e i finanziamenti pubblici non riescono obiettivamente a coprire tutti i costi. È in questo contesto che si inserisce il privato rappresentato dalle aziende farmaceutiche. Mi sembra scontato che un’azienda finanzi ciò che più conviene, che sostenga quello che può rappresentare un guadagno, almeno potenzialmente. Questo significa non solo che la ricerca rischia di rivolgersi di preferenza a malattie o problemi diffusi escludendo quelli meno diffusi e non redditizi (pensiamo alle malattie rare, ad esempio) ma anche che per ovvi motivi, non per forza in malafede, un ricercatore possa essere spinto ad accontentare chi lo finanzia. In questo senso (e nel libro di Goldacre ne abbiamo alcuni esempi) si assiste anche a vere e proprie manipolazioni delle ricerche. Un risultato negativo relativo ad un nuovo farmaco, ad esempio, può essere occultato o “minimizzato” perché rischierebbe di far perdere milioni di euro all’azienda che ne finanzia lo studio. Non per niente in questi ultimi anni sono pochissimi i nuovi farmaci che si sono rivelati davvero utili: la stragrande maggioranza di ciò che è passato dai laboratori all’applicazione clinica è solo una “nuova versione” di ciò che esiste già. Questo succede perché conviene molto di più (a livello economico) puntare su “prodotti vincenti” e quindi vendibili, invece che provare nuove strade. Bisogna però essere realisti ed equilibrati e non bisogna demonizzare a tutti i costi le aziende farmaceutiche: sono loro che ci permettono di utilizzare farmaci e strumenti efficaci contro le malattie; bisogna invece aumentare i controlli (scientifici, oltre a quelli normativi) ed imparare a conoscere i meccanismi della ricerca. In questo senso sono i medici a dover fare da filtro, proprio perché rappresentano il contatto tra aziende e pazienti. Se un’azienda “imbroglia” lo fa nei confronti dei medici e dei loro pazienti e solo il costante e continuo controllo da parte dei primi, aggiunto a quello delle autorità, permetterà di utilizzare unicamente ciò che serve davvero. Naturalmente per essere capaci di esercitare un controllo bisogna essere molto preparati e aggiornati.

La situazione italiana presenta peculiarità che possono essere messe in luce? I medici italiani sono ben formati e aggiornati, in particolar modo riguardo alle meta-analisi e alla revisione sistematica?

La situazione non è rosea. Uscito dall’università, un medico (italiano, ma non solo) perde praticamente ogni contatto con il mondo della ricerca, con gli studi, gli aggiornamenti, le statistiche. Ci sono medici che per pigrizia sono fermi a 20 anni fa (quasi un’altra medicina) e questo è un danno per la loro professionalità e per i loro pazienti. Il fenomeno assume particolare rilevanza oggi, nell’epoca di internet, strumento che consente con pochissimo sforzo di poter disporre di strumenti impensabili fino a pochi anni fa, quando per consultare un documento o uno studio bisognava spostarsi fisicamente o spendere ingenti somme di denaro. Ma non tutti i medici sanno utilizzare il mezzo informatico, anzi, in molti professionisti c’è una profonda ignoranza in tema, quella che impedisce persino di utilizzare una semplice casella di posta elettronica. Considero questo un tema fondamentale: oggi il medico non deve limitarsi a fare il “prescrittore” di prodotti, ma deve sfruttare i mezzi più moderni per rinforzare le proprie conoscenze; sarebbe un guadagno per tutti e un ostacolo alla cattiva medicina.

Prescindendo dall’ambito penale e dalle frodi, entro quali limiti i medici italiani oggi sono influenzati, nelle loro valutazioni e decisioni, direttamente e indirettamente, dalle case farmaceutiche?

Tanto e spesso inconsapevolmente. I tempi dei “viaggi premio” ai medici sono praticamente finiti (come hai detto sto escludendo i casi di frode conclamata): le leggi attuali sono molto severe, le aziende hanno metodi di influenza molto più subdoli e sottili, spesso non percettibili nemmeno da parte di una persona onesta ed esperta. Si mascherano da congressi medici delle vere e proprie riunioni pubblicitarie, si inviano documentazioni presentate come “scientifiche” ma che in realtà fanno parte di un’operazione di marketing. Persino internet è invaso da “falsa scienza” diretta ai medici. Siti, forum, servizi medici, si presentano come informativi ma sono in realtà pubblicitari, gestiti direttamente da agenzie di marketing. Sono questi i metodi “moderni” di influenza sul professionista della salute e non tutti sono pronti a rendersene conto. Anche in questo caso un medico coscienzioso deve approfondire, farsi domande, studiare, aggiornarsi, evitare di “abboccare”. Non è facile, lo ammetto; ad una certa età c’è chi pensa che sia ragionevole tirare i remi in barca per continuare a navigare nel tranquillo mare della consuetudine, ma non bisogna mai dimenticare che quando il medico ha scelto la sua professione ha giurato di lavorare per il bene dei pazienti e in nome della salute, fino all’ultimo dei suoi giorni. Non possiamo permetterci di agire in modo automatico: il nostro è prima di tutto un dovere e poi un obbligo morale nei confronti dei pazienti, obbligo che comprende anche quello dell’aggiornamento e dell’imparzialità di giudizio (per quanto possibile). Non è facile, ma quando abbiamo scelto di fare i medici, pensavamo a un lavoro banale?

Quali strategie è possibile mettere in campo da parte del Servizio Sanitario Nazionale per ovviare a queste problematiche, che indubbiamente ledono il diritto alla salute del paziente?

Prima di tutto un’operazione di trasparenza. Goldacre, in occasione dell’uscita del suo libro, ha lanciato l’iniziativa “All trials”, ovvero la necessità di rendere pubblici tutti i dati degli esperimenti medici, quelli con risultati positivi ma anche quelli con risultati negativi (troppo spesso occultati). Bisogna, inoltre, rendere pubblici i finanziamenti alla ricerca, chiarendo da chi arrivano e in che quantità; rendere pubblica l’attività dei ricercatori, chiarendo che cosa hanno prodotto. Questo permetterebbe ai non addetti ai lavori, ma soprattutto ai medici, di controllare i dati relativi a un nuovo farmaco, i risultati dei test (tutti!), gli effetti collaterali. Sarebbe il modo migliore per toccare con mano, senza interferenze, ciò di cui è capace un farmaco che stiamo prescrivendo. Credo questo sia il primo passo e sono sorpreso che l’iniziativa, che ha avuto una buona eco in Europa e che sta ottenendo alcuni risultati interessanti, da noi sia praticamente sconosciuta. Poi bisognerebbe trovare nuovi metodi di finanziamento della ricerca, per ridurre il ruolo dei privati. Sembra utopia, ma potrebbe essere un vantaggio per tutti. Infine è necessario valorizzare il ruolo del medico, non farlo mai cadere nella “routine” della prescrizione dei farmaci, della burocrazia, renderlo protagonista della ricerca, favorire il suo aggiornamento e accertarsi che questo importante aspetto della professionalità non venga trascurato, promuovendo l’interazione con il mondo scientifico che è alla base della professione medica. Insomma, i mezzi ci sarebbero, sono tanti, a volte complicati, ma se non si inizia a programmare qualche intervento rischiamo di cedere noi stessi (medici e pazienti) agli interessi commerciali dell’industria farmaceutica. Senza dimenticare che anche un medico, prima o poi, sarà un paziente.

Hai gradito questo post? Aiutaci con una