“Cosa intendi per domenica?” – Silvia Bencivelli e i freelance della divulgazione scientifica

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Non solo artisti e letterati squattrinati quanto talentuosi, capaci di sopportare l’angoscia di non sapere di che si vivrà in futuro in nome della libertà e dell’amore per le Muse. Oggi la vie de Bohème (nella sua più alta accezione) è scelta anche da chi si occupa di scienza e della sua divulgazione. Ma come per i personaggi del romanzo di Murger, non c’è autocommiserazione nei giornalisti scientifici bohémien, semmai una buona dose di consapevolezza del proprio ruolo diluita in una vitale autoironia. Che permette di autodefinirsi «la fascia alta dei morti di fame», sottolineando, però, che non si scambierebbe l’adrenalina dell’eterno reinventarsi con «la monotonia del posto fisso» di montiana memoria.

Sir Walter Scott coniò il termine freelance, “lancia libera”, per indicare  il soldato di professione che, nel Medioevo, metteva la propria esperienza di combattente al servizio di chi gli faceva un’offerta economicamente vantaggiosa. Nel cortometraggio che le è valso la vittoria nella prima edizione di Short on Work, Silvia Bencivelli sottolinea l’importanza di definirsi una freelance invece che una “precaria”. Perché chi si sente precario vive la propria condizione come un’ingiustizia, una situazione che si spera provvisoria se il welfare state dovesse finalmente diventare un’espressione che rimanda a qualcosa di concreto. Il freelance è, invece, felice di un’indipendenza impegnativa ma carica di stimoli, di una libertà che finisce col dare dipendenza.

Che cosa intendi per domenica? (LiberAria Editrice) è il manifesto del freelance felice e orgogliosamente workaholic e insieme il resoconto sincero, privo di filtri e politicamente scorretto del cammino che ha condotto la Bencivelli a realizzare il proprio sogno di vivere di comunicazione della scienza. Silvia non ha paura di essere, a tratti, onestamente autocelebrativa, quando ritiene di aver dimostrato di saper fare bene il proprio lavoro. Nel contempo, non ha problemi ad ammettere che entro certi limiti la sua situazione familiare l’abbia favorita, garantendole una serenità purtroppo preclusa ad altri. E nel parlare delle difficoltà che lei e i suoi colleghi incontrano quotidianamente non ha paura di puntare il dito contro coloro che ritiene responsabili, come chi non tiene conto del fatto che le proprie scelte professionali possono avere importanti riflessi sul mercato del lavoro intellettuale, che tende inesorabilmente al ribasso. Che si condivida in tutto o solo in parte la lettura di Silvia, vale certamente la pena di riflettere sulle sue parole, proprio perché mosse dall’intento di esprimere con schiettezza il proprio pensiero, per quanto indigesto possa risultare a chi è chiamato al banco degli imputati. Ma anche perché il libro contiene una tra le più genuine dichiarazioni d’amore al binomio scienza + libertà, che a tutti i lettori di Query dovrebbe esser caro. Quella «vecchia zimarra» che ospitava le opere di filosofi e poeti senza mai piegarsi alle logiche della convenienza, ora fa volentieri spazio a quelle degli scienziati, continuando a restare fedele a se stessa.

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