Brevettare la fusione fredda

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Lo scorso 16 Aprile l’ufficio brevetti degli Stati Uniti d’America ha assegnato la licenza numero US8419919B1 ad un progetto dal titolo System and method for generating particles (sistema e metodo per la generazione di particelle). Dietro il nome magari poco accattivante si nasconderebbe però l’ennesimo rientro in gloria della fusione fredda. In un articolo di inchiesta del settimanale Left dell’11 Maggio (qui  un estratto dal sito della testata e qui il testo completo in rassegna stampa) si legge infatti:

Ha dovuto cambiare nome, come i testimoni scomodi. Ma dopo 24 anni di ignominia, la fusione fredda ha ottenuto il suo primo riconoscimento ufficiale dal governo americano: il 16 aprile l’ufficio brevetti Usa ha assegnato agli «Stati Uniti d’America rappresentati dal segretario della Marina militare» una licenza dal titolo “Sistema e metodo per generare particelle”.

I processi ipotizzati un tempo con il nome di fusione fredda sono oggi più propriamente indicati con l’acronimo LENR, ovvero Low Energy Nuclear Reactions (reazioni nucleari a bassa energia). Questo dettaglio “anagrafico” non ha a che fare però con una caccia alle streghe ai danni della fusione fredda, quanto piuttosto con una questione di rigore: la fusione nucleare è infatti solo una delle possibili reazioni nucleari con rilascio di energia e produzione di particelle.

Un’altra e più generale questione riguarda il sistema dei brevetti. Più e più volte ci imbattiamo in invenzioni spesso di dubbia utilità e di dubbio funzionamento cui si pretende di attribuire credibilità e fondamento scientifico in base al fatto di avere ottenuto un brevetto. Un brevetto non è in alcun modo un sostituto di un articolo scientifico in peer review e non è un attestato di riconoscimento del funzionamento da parte dello stato che lo rilascia. Ciò che viene riconosciuto con il brevetto, a seguito del pagamento di una imposta periodica, è esclusivamente la paternità dell’invenzione depositata assieme ai diritti giuridici ad essa connessi (che variano a seconda dei casi). In ogni caso l’Ufficio Brevetti non verifica (e non può verificare, servirebbero conoscenze enciclopediche) che l’invenzione funzioni.

Ottenere un brevetto per un’invenzione è dunque molto più semplice che far riconosce una teoria da parte della comunità scientifica attraverso il corretto iter di sperimentazioni e pubblicazione dei risultati ed è per questo che il brevetto è stato spesso usato come escamotage per rendere pubblica ed in un certo senso ufficiale una teoria o una scoperta controversa: proprio come nel caso in questione, si brevetta infatti un metodo o uno strumento lasciando intendere che, siccome questo funzionerebbe solo se la teoria sottostante fosse valida, l’accettazione del brevetto comporti anche un’implicita accettazione della validità della teoria. Dalla lettura di  un brevetto è comunque impossibile valutare la correttezza delle ipotesi di fondo, e, è il caso di ripeterlo, non esiste nessuna garanzia che l’invenzione si comporti come asserito.

Quello descritto nel brevetto del 16 Aprile (qui una copia pdf) è un sistema produttore/rivelatore di particelle (presumibilmente protoni e particelle alfa): la rivelazione è affidata al CR-39, un materiale plastico già ampiamente usato in applicazioni dosimetriche nonché in ottica (le lenti infrangibili per occhiali sono realizzate con questo materiale), mentre la produzione è essenzialmente appannaggio di una cella elettrolitica con sali di Palladio in acqua pesante. Su uno dei due elettrodi si realizza una deposizione di Palladio, che, secondo i teorici delle LENR, si comporterebbe da trappola per protoni o deutoni consentendo il raggiungimento di concentrazioni sufficienti da far avvenire le reazioni a bassa energia. Dettagli a parte, niente di particolarmente innovativo rispetto alla cella di Fleishmann e Pons del 1989. L’unica effettiva novità consiste nell’accoppiare il normale campo elettrico di alimentazione della cella con un campo magnetico: una soluzione tecnica che dovrebbe apportare il vantaggio di una maggiore velocità nel processo di deposito.

Per quanto detto, dunque, non sembra che il recente ottenimento di un brevetto, per altro in coda dal 2007, aggiunga molto alla discussione sull’effettiva esistenza delle LENR e sulla loro validità come fonte energetica. Non possiamo di certo parlare di un riconoscimento ufficiale né da parte del governo degli Stati Uniti, né tantomeno da parte della comunità scientifica.

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