La mummificazione come non ve l’hanno mai raccontata

Mummy_at_British_Museum

Per 2400 anni la principale fonte di informazioni riguardo all’imbalsamazione egiziana è stato il padre della storiografia, il greco Erodoto. Nel secondo libro delle Storie, infatti, lo scrittore ci lascia una descrizione abbastanza precisa di ciò che accadeva ai morti, a seconda della classe sociale. I più abbienti, ad esempio, potevano beneficiare del procedimento più accurato, con la completa eviscerazione del cadavere.

Estraggono anzitutto con un ferro ricurvo il cervello dalle narici, in parte così, in parte introducendovi dei farmaci. Poi con una pietra etiopica tagliente, praticano un’incisione all’inguine; tirano fuori senz’altro tutti gl’intestini; trattili fuori, li nettano per bene con vino di palma, e li tornano a pulire con polvere di aromi. Quindi riempiono il ventre di pura mirra tritata, di cannella e di altri aromi, tranne l’incenso, e richiudono cucendo. E dopo salano il corpo immergendolo nel salnitro per settanta giorni: non devono lasciarlo nel sale per un periodo più lungo.

Per le persone un po’ meno ricche, il procedimento era più grossolano: niente incisioni, ma una macerazione degli organi interni grazie a un liquido corrosivo, a base di olio di cedro.

Per chi invece, ad evitare forti spese, vuole il trattamento medio, si procede così. Riempiono senz’altro, con siringhe, senza praticarvi incisioni nè toglierne gli intestini, il ventre del morto di olio di cedro: iniettando il liquido, cui si impedisce di tornare indietro, dalla parte posteriore; si immette per il numero di giorni prescritto, il corpo nel sale. E l’ultimo giorno si fa uscire dal ventre l’olio di cedro che vi era stato prima immesso: il quale ha tale efficacia da trasportare con se gli intestini e i visceri disciolti.

Per i più poveri, infine, il procedimento prevedeva una semplice “asciugatura” del corpo nel sale. Questo, almeno, si è sempre creduto da 2400 anni a questa parte.

Ora una  nuova ricerca pubblicata a febbraio su Homo – Journal of Comparative Human Biology ci ha permesso di sfatare alcuni dei miti erodotiani. Gli antropologi Andrew Wade e Andrew Nelson dell’Università del Western Ontario hanno studiato le caratteristiche di circa 150 mummie provenienti da ceti e luoghi diversi, realizzando anche tomografie e ricostruzioni 3D per sette di esse, su cui non c’erano sufficienti informazioni.

E così si è scoperto che il secondo metodo di mummificazione − quello del lavaggio interno a base di olio di cedro, per intenderci − nella realtà non è mai stato adottato. Le “ricette” cambiano, ovviamente, a seconda del periodo storico e del luogo di provenienza; ma in generale la mummificazione doveva essere un processo molto meno “classista” di quanto suggerito da Erodoto.

In genere, il procedimento prevedeva l’estrazione dei visceri per tutti, ricchi e classi medie, mediante un’incisione trans-addominale; per alcuni membri delle élites, però, il taglio veniva effettuato a partire dall’orifizio anale.

Altra novità, il cuore: contrariamente a quanto si credeva fino ad oggi, il muscolo cardiaco non veniva sempre imbalsamato e riposizionato all’interno del corpo. Solo un quarto delle mummie presenta infatti questa particolarità. E così pure il cervello, che avrebbe sempre dovuto essere rimosso, si trova ancora nella sua posizione originaria per circa una mummia su cinque.

Come spiega Tia Ghose sullo Scientific American, l’errore di Erodoto può forse derivare dal “segreto industriale” che circondava la mummificazione: difficilmente un imbalsamatore professionista avrebbe rivelato le sue tecniche a uno sconosciuto, per paura che finissero nelle mani di qualche concorrente. Lo storico fu probabilmente costretto a basarsi solo su voci e illazioni, senza poter verificare direttamente i fatti.

Ma questa non è l’unica occasione in cui Erodoto è stato colto in fallo. Quando chiese informazioni riguardo alle piramidi della piana di Giza, infatti, erano passati circa 2000 anni dalla loro costruzione. Lo scrittore fu costretto a basarsi solo su racconti e supposizioni; e così si arrivò all’ipotesi dei 100.000 schiavi che avrebbero lavorato alla piramide di Cheope, storia che viene occasionalmete ripetuta ancora oggi.

Gli scavi di Deir el-Medina, a partire dagli anni ’90, ci hanno invece permesso di giungere a una conclusione diversa: le piramidi non furono opera di 100.000 schiavi, ma di circa 10-20.000 operai, uomini liberi regolarmente stipendiati per il loro lavoro (e per giunta sindacalizzati, come testimonia il famoso “papiro dello sciopero“).

L’archeologia moderna ha permesso in questa occasione di ristabilire la verità storica, al di là dei miti e delle supposizioni. E, tutto sommato, forse a Erodoto non sarebbe dispiaciuto.

Immagine da Wikimedia Commons, licenzaCC A-SA 3.0 Unported.

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