Datazioni alternative della Sindone: la replica di Giulio Fanti

Sindone - replica

In risposta all’articolo di Gian Marco Rinaldi sulle nuove datazioni della Sindone, la redazione è stata contattata da Giulio Fanti, cui concediamo volentieri il diritto di replica. Specifichiamo inoltre che la tag “cattiva scienza” è stata assegnata dalla redazione, e non dall’autore dell’articolo. Si tratta di una legittima critica al metodo e ai procedimenti adottati, tra cui il malcostume di informare di una presunta scoperta la stampa prima della sua pubblicazione in un articolo scientifico. Non vuole affatto essere un “insulto gratuito” alla persona o alle istituzioni scientifiche di cui fa parte, come suggerito da Fanti. A questa pagina è possibile leggere la risposta di Gian Marco Rinaldi a questo articolo.

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Premessa

Ringrazio innanzitutto la Redazione di Query per avermi dato la possibilità di chiarire qui di seguito qualche punto toccato in modo forse troppo sommario nell’articolo (chiamato di seguito Articolo) intitolato ‹ Sindone: le “datazioni alternative” di Giulio Fanti › scritto da Gian Marco Rinaldi.

Ringrazio anche l’autore per l’insulto gratuito: “cattiva scienza”, messo in evidenza nei “Tags”. Insulto non solo rivolto al lavoro compiuto da Giulio Fanti ed ai suoi collaboratori di altre rispettabili università, ma anche all’Ateneo Patavino che ha finanziato la ricerca, e anche indirettamente il prestigioso Journal che ha accettato e che pubblicherà tra breve un articolo riguardante la datazione chimica di tessuti antichi, basata sulla spettroscopia Raman ed FT-IR.

Tuttavia mi sento di perdonare l’insulto gratuito in quanto probabilmente dovuto a non idonee interpretazioni di un testo forse letto frettolosamente e troppo semplificato nella trattazione degli argomenti scientifici, perché rivolto al grande pubblico.

Sarebbe stato meglio che l’Articolo fosse stato scritto solo dopo una più attenta lettura dei dati che saranno contenuti in futuri articoli scientifici su rivista e che non sono propri di libri divulgativi come “Il mistero della Sindone: Le sorprendenti scoperte scientifiche sull’enigma del telo di Gesù” (Rizzoli, 235 p., € 18) scritto con Saverio Gaeta (di seguito chiamato Libro). Ora però mi sento in dovere di chiarire subito qualche punto sollevato dall’Articolo, rimandando eventuali discussioni più dettagliate a dopo la lettura degli articoli scientifici succitati.

Effetti sistematici

L’Articolo riporta la seguente affermazione “Viene annunciata la prossima pubblicazione di un articolo su rivista scientifica, ma già da ora si può dubitare dei risultati.” Questo atteggiamento sembra mostrare una certa prevenzione nei confronti dei risultati presentati forse perché non coerenti con la tesi che si vorrebbe dimostrare. Ovviamente se si fanno studi orientati all’obiettivo che si vuole raggiungere, questi studi diventano soggettivi e quindi privi di valore scientifico. Uno scienziato serio dovrebbe prima analizzare oggettivamente i dati in suo possesso ed azzardarsi a fare qualche commento solo dopo aver ottenuto i corrispondenti risultati oggettivi.

La motivazione addotta per dover “dubitare dei risultati” sembra così spiegata: “Le perplessità sono insite nella natura stessa del metodo usato.”, ma non viene considerato il fatto che gran parte del lavoro eseguito per mettere a punto l’attendibilità delle datazioni alternative ha proprio riguardato la ricerca dei possibili effetti sistematici (poi criticati dall’Articolo) che potrebbero alterare i risultati delle datazioni meccaniche e chimiche.

In effetti la ricerca nell’Ateneo patavino non ha riguardato solo questi metodi di datazione alternativa ma ne ha considerati anche altri, considerando pure i corrispondenti effetti sistematici dovuti a fattori ambientali. Solo questi tre metodi, FT-IR, Raman e Multi-parametrico Meccanico sono stati considerati validi per eseguire datazioni di reperti tessili perché, dopo opportuni accorgimenti basati su analisi parallele anche di tipo microscopico, questi sono risultati attendibili, cioè caratterizzati da incertezze sufficientemente piccole. Gli altri metodi studiati sono stati quindi scartati.

Si deve osservare inoltre che l’analisi degli effetti ambientali sui campioni tessili impone che alcuni di essi non siano idonei per questi metodi alternativi di datazione; studi preliminari di vario tipo a partire dall’ispezione visiva anche al microscopio ottico possono infatti fare scartare a priori diversi reperti archeologici contaminati da fattori ambientali.

L’Articolo riporta giustamente che “alterazioni possono procedere con diverse velocità in dipendenza da svariati fattori.” ed è stato proprio questo l’oggetto delle analisi preventive che hanno permesso di individuare i metodi di datazione proposti scartandone altri perché affetti da alterazioni meno controllabili. È ovvio che qualche alterazione della proprietà del reperto può ancora provocare qualche piccola deviazione del risultato, ma queste variazioni sono state considerate nell’analisi statistica finale che ha portato ad incertezze dell’ordine del secolo. Queste incertezze potranno in futuro essere ridotte se si adotterà una procedura più idonea di selezione e di pulizia dei reperti.

L’Articolo afferma anche che “Insomma il degrado della cellulosa non è un orologio che cammina sempre allo stesso passo (come è invece il decadimento del radiocarbonio).” Questo è vero nei limiti appena discussi, ma c’è da aggiungere che anche il metodo del radiocarbonio presenta varie incertezze e che esso non è sempre affidabile soprattutto se si ha a che fare con tessuti che possono avere subito contaminazioni ambientali tali da causare apporto di carbonio 14.

È  proprio il caso della Sindone la cui doppia immagine corporea ivi impressa non è ancora oggi spiegabile scientificamente né tantomeno riproducibile. Molte ipotesi di formazione dell’immagine si basano su intense radiazioni (radiazione intesa in senso lato come fenomeno agente a distanza) e non credo che si possa a priori escludere l’ipotesi di un possibile arricchimento di carbonio 14 provocato da una radiazione non ancora oggi ben definita di origine naturale; per esempio è di pochissimi decenni la scoperta di raggi X e gamma collimati legati alla nascita di supernovae ed ipernovae che penetrano l’atmosfera terrestre e che potrebbero avere provocato sia l’immagine corporea che l’arricchimento di carbonio 14.

A questo riguardo è da ricordare che nel lino c’è grosso modo un atomo di carbonio 14 su mille miliardi di atomi di carbonio 12 e che l’aggiunta di un solo atomo di carbonio 14 nella stessa quantità di atomi di carbonio 12, magari proveniente da un atomo di azoto del lino colpito da un neutrone, farebbe variare la data radiocarbonica dell’ordine di mille anni. Sarà quindi opportuno ripetere una datazione radiocarbonica della Sindone solo dopo avere scoperto con chiarezza quale fenomeno possa avere prodotto la doppia immagine sindonica. Ecco anche l’importanza di sviluppare metodi di datazione alternativi che possano indicare una più attendibile età della Sindone.

Risultati

Per ottenere i risultati descritti nel Libro si sono dovute determinare prima le curve di taratura che legano le varie proprietà chimiche e meccaniche analizzate alla data storica del reperto, con le relative incertezze di misura. Nell’Articolo è scritto che “Fanti si è procurato alcuni tessuti antichi di varie epoche all’incirca note.“ È da precisare che le epoche sono determinate sulla base della loro incertezza assegnata.

Per esempio gli 11 reperti tessili riportati nella tabella a pag. 98 del Libro, riportano intervalli di tempo più o meno ampi a seconda del metodo utilizzato per la determinazione dell’epoca storica corrispondente. Il Campione n. 9 (tessuto Copto proveniente da una mummia di Fayum, Egitto) è stato datato nell’intervallo compreso fra il 544 d.C. e 650 d.C. (al livello di confidenza del 95%) in seguito ad una radiodatazione carbonica; invece il campione n. 3 (tessuto Egizio della fine dell’Antico Regno) è stato datato dal Museo Egizio di Torino in un intervallo compreso fra il 2700 a.C. e 2100 a.C. sulla base di considerazioni storico-stratigrafiche.

L’Articolo osserva “che i risultati coprono un intervallo molto largo, dal 300 a.C. al 400 d.C.”, ma i 700 anni dell’intervallo sono proprio confrontabili con i 600 anni dell’intervallo assegnato dal Museo Egizio di Torino al campione n. 3. Dunque, già fin d’ora, senza le migliorie che potranno essere apportate, i metodi di datazione proposti possono essere di interesse per musei che vogliano verificare l’antichità di reperti tessili non chiaramente situati in un certo periodo storico.

In riferimento al commento: “Considerando gli estremi degli intervalli di fiducia, si andrebbe da 700 a.C. a 800 d.C.”, l’intervallo è attualmente ampio e potrà essere ridotto apportando migliorie al metodo proposto, ma questo intervallo è già un passo in avanti rispetto alle tradizionali datazioni eseguite nei musei che raramente considerano intervalli di fiducia in modo statistico come è stato fatto nel presente caso.

Proprio per questo motivo legato al relativamente ampio intervallo di confidenza, l’età della Sindone è stata determinata eseguendo una media aritmetica dei risultati indipendenti ottenuti dalle tre datazioni alternative. Future tecniche migliorative dei metodi, basate sulla pulizia del campione e sul metodo di estrazione delle fibre di lino ridurranno l’incertezza assegnata alla data del reperto.

In riferimento alla datazione della Sindone è da osservare un risultato sorprendente: tutti e tre i metodi, ovviamente indipendenti tra loro, Raman (200 a.C. ±500), FT-IR (300 a.C. ±400) e Multi-parametrico Meccanico (400 d.C. ±400) forniscono risultati che sono tra loro compatibili in riferimento al livello di confidenza del 95%. Quello che è curioso è che proprio il primo secolo dopo Cristo, che comprende la data della morte di Gesù di Nazareth, è l’unico secolo comune alle tre datazioni.

Si legge poi: “La dispersione sarebbe ancora maggiore usando per la prima serie il risultato originale, che era 752 a.C. ±400.” Questa affermazione non sembra del tutto corretta in quanto non si può parlare di dispersione di dati a livello statistico (riferiti cioè alla ripetibilità ed alla riproducibilità) in riferimento ad effetti sistematici noti che non sono trattabili con gli stessi metodi statistici con cui si sono determinati gli intervalli di confidenza. Infatti la quantità definita dall’effetto sistematico viene usata per modificare la data storica del reperto misurata.

L’Articolo continua: “L’entità della correzione è piuttosto arbitraria.” Questa affermazione può essere accettabile se si discute perché sia stata fatta una correzione di 452 anni e non di 437 anni. Dato che le incertezze in gioco sono dell’ordine del secolo, si può aggiungere che si è cercato di arrotondare conformemente i dati. L’affermazione dell’Articolo non è invece accettabile se si discute in termini di un più ampio intervallo di anni perché gli effetti sistematici non sono stati inventati ma calcolati sulla base di dati sperimentali che saranno messi a disposizione della comunità scientifica.

Viene poi formulata la seguente critica che sembra poco appropriata: “non è noto a quale temperatura e per quale durata il tessuto della Sindone sia stato riscaldato a causa dell’incendio.” Anche se è chiaro che non risultano dati scientifici relativi alle misure termiche dell’incendio di Chambéry, si possono fissare alcuni limiti. Per questo motivo, come è riportato nel Libro a pag. 99, Stefano Dall’Acqua dell’Università di Padova ha eseguito diverse prove sperimentali in forno su lini simil-sindonici per determinare quali coppie tempo-temperatura possano provocare un ingiallimento maggiore, uguale o minore di quello rilevabile sulla Sindone. A questo punto non è stato difficile stabilire il limite superiore dei valori tempo-temperatura a cui può essere stata sottoposta la Sindone durante l’incendio di Chambéry: 200 °C per due ore.

La seguente osservazione: “Va notato che, se ha apportato una correzione per il primo metodo, Fanti doveva apportare una correzione anche per il terzo metodo per il quale con analoghe prove di riscaldamento ha trovato che si produceva un apparente invecchiamento “di qualche secolo” ” , forse dovuta ad una lettura affrettata del Libro, merita un ulteriore commento. A pag. 100 viene spiegato che le correzioni di tipo sistematico provocate dall’effetto di incendi sono trascurabili rispetto all’incertezza intrinseca del metodo meccanico, valutata in un arco di tempo compreso fra più o meno 400 anni. È inoltre evidenziato nel Libro il fatto che l’effetto dell’incendio fu ulteriormente ridotto dalla particolare posizione da cui sono state prelevate le fibre sindoniche sotto analisi.

Invece a pag. 90, nel caso di analisi FT-IR, in riferimento alle deviazioni prodotte da effetti sistematici nel caso di lini esposti ad incendi, si parla di diversi secoli. Questi hanno quindi reso necessaria una correzione dei dati misurati.

Meglio non commentare l’accusa velata da un “forse” dell’Articolo: “Forse Fanti ha ritenuto opportuno ringiovanire il risultato della prima serie, che era troppo vecchio rispetto all’epoca di Cristo, ma ha preferito non ringiovanire ulteriormente il risultato della terza serie, 400 d.C., che era già troppo giovane.” L’affermazione lascia ingiustamente intendere che “forse” sono stati manomessi i dati al fine di ottenere un certo risultato obiettivo. Se si fosse voluto ottenere un certo risultato a spese dell’etica professionale, non sarebbero stati necessari anni di duro lavoro mirati alla ricerca della Verità!

Sull’attendibilità dei metodi

I tre metodi proposti, Multi-parametrico Meccanico, Raman ed FT-IR sono nuovi e di conseguenza assoggettabili a miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda la pulizia e l’estrazione dei campioni, che potranno ridurre l’incertezza nella valutazione dell’età storica del reperto.
Sembra invece che l’Articolo attacchi direttamente tali metodi di datazione alternativa bollandoli a priori come inaffidabili, probabilmente dimenticandosi che esiste già da anni qualche metodo basato su tecniche analoghe. Ne è un esempio il metodo di datazione della cellulosa del legno utilizzato dal Museo d’Arte e Scienza di Milano e descritto da Gottfried Matthaes che è basato su tecniche FT-IR (1, 2).

Possono sembrare tendenziose le seguenti affermazioni dell’Articolo: “… ritengo che i risultati siano inattendibili non per gli eventuali dubbi sulla provenienza del materiale, ma per l’inadeguatezza dei metodi impiegati.”; “… si possono immaginare alcune differenze nelle condizioni di conservazione; può essere stato applicato un energico processo di candeggio; la Sindone ha avuto vicende più movimentate”. “abbiamo anche un motivo più concreto per pensare che le fibre della Sindone usate da Fanti fossero in condizioni precarie.”;“Queste incertezze fanno sì che i metodi usati da Fanti siano intrinsecamente inaffidabili”.

Effettivamente, come è già stato detto, gran parte della ricerca sui metodi di datazione alternativa non ha focalizzato solo l’attenzione sulla ricerca di possibili correlazioni fra certe proprietà chimiche e meccaniche con la corrispondente data del campione storico in esame, ma ha anche centrato l’attenzione sugli effetti possibili di varie contaminazioni ambientali quali la temperatura, l’umidità, l’azione meccanica e chimica subite durante i secoli dal campione e la presenza di impurità di vario tipo sia organico che inorganico.

Non è quindi vera l’affermazione dell’Articolo: “Fanti dice che ha condotto prove per valutare gli “effetti sistematici” di vari fattori, ma in pratica ha soltanto apportato la correzione che abbiamo visto per la prima serie.”. Queste sono le correzioni che sono state esplicitamente riportate nel testo divulgativo, ma la letteratura scientifica che ad esso seguirà, descriverà meglio questi effetti sistematici.

Conclusione

La comunità scientifica internazionale, accettando il primo lavoro sul tema delle datazioni alternative di tessuti vegetali, sembra apprezzare molto questi nuovi metodi proposti, ma l’Articolo sembra invece orientato in direzione opposta, anzi va oltre con affermazioni che non sembrano molto scientifiche:  “Quindi se con questi metodi si ottiene una datazione in contrasto con altre conoscenze, occorre dubitare del risultato.

In questo caso infatti il risultato di riferimento sembra essere solo quello relativo alla datazione radiocarbonica del 1988 (Nature) che dichiarò definitivamente medievale la data della Sindone; incidentalmente “conclusive evidence” riportato nelle conclusioni dell’articolo di Nature non sembra un’affermazione adatta al mondo scientifico perché non sembra  lasciare spazio a possibili approfondimenti futuri.

Il risultato del 1988 è stato messo in discussione da diversi punti di vista anche metodologici e recentemente un articolo di statistica robusta pubblicato su rivista specializzata (Statistics and Computing) ha gettato forti dubbi sulla datazione medievale della Sindone perché statisticamente inattendibile.

Basata su giustificazioni carenti e dubbie sembra invece l’affermazione dell’Articolo in riferimento alla Sindone: “Per il tessuto della Sindone abbiamo due motivi per pensare che sia stato fabbricato attorno al 1300, cioè la datazione al radiocarbonio e il dato storico della sua prima comparsa. Per contro, non abbiamo alcun motivo che faccia pensare che la Sindone sia del primo secolo.

Dato che l’Articolo con questa affermazione esce dalla stretta scienza sperimentale mi sento autorizzato ad abbracciare anche altri campi del sapere nel commentare questa affermazione che forse volutamente ignora i risultati di svariati studi anche pubblicati nel Libro.

A parte i risultati delle datazioni Raman, FT-IR e meccaniche multi-parametriche che l’Articolo bolla come “inattendibili … per l’inadeguatezza dei metodi impiegati” e a parte i riferimenti storici a partire dai primi secoli d.C., pure citati nel Libro, ci sono diverse indicazioni del fatto che la Sindone sia antecedente al 1300.

Per esempio non si deve dimenticare la tessitura della Sindone estremamente pregiata a “spina di pesce”, ma  eseguita su un telaio manuale con evidenti difetti e salti di battuta e con fili di spessore variabile anche più del 50% perché ottenuti manualmente nell’antichità. In coerenza con il libro biblico dell’Esodo, i fili sindonici presentano una torcitura “Z” anziché la più comune torcitura “S”, perché indirizzati a personalità religiose di alto rango.

Non si deve poi dimenticare che la piena compatibilità fra quello che si osserva sulla Sindone e quello che si legge nei Vangeli non era certo facile da riprodurre da parte di un artista Medievale; per esempio le ferite lacero-contuse provocate dai segni di flagello non sono facili da spiegare ancora ai giorni nostri. Ecco perché illustri scienziati come Eberhard Lindner non esitarono a nominare “Vangelo scientifico” la Sindone.

A partire dai primi secoli d.C. l’iconografia di Cristo assume connotati tipici del volto sindonico che non avrebbero spiegazione se non in riferimento ad artisti che non avessero avuto modo di osservare direttamente la Sindone. Il Libro aggiunge qualche dettaglio interessante: per esempio è stata recentemente trovata una moneta d’oro bizantina (Solidus di Giustiniano II, I periodo) del VII secolo d.C., raffigurante il volto di Gesù Cristo, con interessanti dettagli aggiuntivi (-a: naso storto perché con la cartilagine fratturata in seguito ad un colpo di bastone; -b: capelli lunghi asimmetrici a mo’ dei “payot”, cioè i riccioli laterali degli ebrei ortodossi) che rispecchiano la particolare caratteristica del volto sindonico.

Sembra assurdo invece pensare ad un ipotetico artista medievale che fosse in grado di riprodurre una doppia immagine corporea ancora oggi non spiegabile, soprattutto nei dettagli microscopici, e che fosse anche a conoscenza di svariati dettagli del volto di Cristo ignoti nel Medioevo, ma riprodotti in monete ed icone dei primi secoli d.C., solo venute alla luce in tempi moderni.
A questo punto anche applicando il Rasoio di Occam, dalle numerose conoscenze acquisite a riguardo della Sindone, l’ipotesi più probabile è quella che la Reliquia più importante della Cristianità abbia veramente avvolto il corpo di Gesù Cristo, portandone impressa l’unica sua “fotografia”.

Padova, 11 aprile 2013
Giulio Fanti

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