Datazioni alternative della Sindone: la controreplica di Gian Marco Rinaldi

Sindone - replica

Gian Marco Rinaldi ha scritto per Query un commento alle nuove datazioni della Sindone proposte da Giulio Fanti. In seguito alla pubblicazione dell’articolo, la redazione è stata contattata da Giulio Fanti, che ha replicato alle critiche mosse. Qui di seguito troverete la risposta di Gian Marco Rinaldi.

Ringrazio il professor Fanti per l’attenzione concessa al mio articolo.

Non mi sembra che Fanti in questa sua lettera abbia introdotto argomentazioni che richiedano un mio commento. In sostanza non ha detto cose nuove rispetto a quanto è già nel libro. In particolare non tocca la circostanza sulla quale mi ero dilungato, cioè il fatto di aver lavorato con frammentini di fibra staccati dal tessuto, e quindi più deteriorati. Mi limito qui a un paio di precisazioni, poi aggiungerò altre considerazioni su due brani della lettera anche se non sono direttamente riferibili al mio articolo.

Sulla entità della correzione apportata per tener conto dell’effetto dell’incendio, certamente Fanti può avere determinato un limite superiore per la temperatura del telo, ma quello che è incerto è il limite inferiore. Le notizie storiche sulle circostanze dell’incendio non sono sicure. Le bruciature rimaste sulla Sindone possono essere state causate da contatti localizzati con un corpo arroventato senza che la temperatura generale del telo sia salita troppo. Inoltre la sperimentazione su tessuti moderni riscaldati non tiene conto di quello che può essere successo nel corso secoli a un telo che a suo tempo aveva subìto l’effetto del calore. Perciò ritenevo “arbitraria” l’entità della correzione.

A proposito poi della correzione apportata per la prima serie e non per la terza serie, non  intendevo mettere in dubbio la buona fede di Fanti. Semplicemente, sia nel libro che in questa lettera viene detto che per la terza serie la correzione era trascurabile rispetto all’incertezza assegnata, che è di più/meno 400 anni. Ma anche per la prima serie viene indicata una identica incertezza di 400 anni, quindi non si capisce perché la correzione sia necessaria in un caso e non nell’altro. Senza dubbio una descrizione più dettagliata nelle prossime pubblicazioni chiarirà la situazione.

Un metodo spettroscopico per la datazione del legno

Come per dare maggiore credibilità ai metodi spettroscopici di datazione, Fanti si riferisce a un metodo con spettroscopia infrarossa messo a punto da Gottfried Matthaes (1920-2010) in un suo laboratorio privato con sede a Milano (oggi diretto da suo figlio Peter.) Il laboratorio fornisce consulenze per riconoscere oggetti d’arte e di antiquariato autentici e distinguerli dai falsi. Fra le analisi disponibili c’è anche un metodo di datazione con spettroscopia infrarossa che però viene applicato solo a oggetti di legno come statue, mobili, cornici  La struttura del legno è di per sé più robusta rispetto a quella di un tessuto e meno sensibile a fattori ambientali. Inoltre il laboratorio, nelle istruzioni per il prelievo, spiega che il materiale da analizzare deve provenire dall’interno dell’oggetto, non dalla superficie. Infatti prescrive di forare il legno con un trapano sottile e di raccogliere la polvere scartando i primi tre millimetri e tenendo solo la polvere scavata più in profondità. Inoltre il prelievo va fatto in una zona non tarlata e non corrosa. Si consiglia anche di non prelevare dalla superficie della base di appoggio dell’oggetto o da parti che sono state a lungo in contatto col terreno. Quindi il materiale analizzato proviene dall’interno del tronco di un albero, cioè da un legno al naturale che non ha subìto lavorazioni, ed è sempre stato ben protetto e non esposto ad agenti esterni. Inoltre si suppone che gli oggetti di antiquariato siano stati conservati con cura e in buone condizioni dai collezionisti o dai mercanti. Il laboratorio avverte che il risultato può essere sbagliato se l’oggetto è stato conservato in condizioni “eccezionali”.

È quindi plausibile che per il legno si possano ottenere informazioni utili per distinguere, per esempio, un mobile autentico del Settecento da una imitazione moderna. Fra l’altro, spesso i pezzi di antiquariato in commercio sono non troppo antichi e per gli oggetti di età non superiore ai due o tre secoli il metodo di datazione al radiocarbonio può non essere preciso.

Anche così, il metodo del laboratorio milanese non sembra avere per ora ricevuto il crisma di un riconoscimento scientifico. I link citati da Fanti non portano ad articoli su riviste scientifiche ma a pagine autopromozionali del sito del laboratorio dove il metodo è descritto in modo sommario.

Le tariffe applicate dal laboratorio vanno da 100 euro per l’analisi di un campione a 200 euro in totale per l’analisi di quattro campioni. Il laboratorio va elogiato per la sua onestà. D’altra parte, se il metodo fosse stato riconosciuto come generalmente valido, con costi così bassi avrebbe soppiantato, per il legno, il metodo del radiocarbonio (AMS) che ha costi nell’ordine di dieci volte tanto. Comunque l’eventuale affermazione del metodo di Matthaes non implicherebbe che lo si possa estendere automaticamente anche alle datazioni dei tessuti per i quali la situazione è del tutto diversa. Non è possibile scartare i primi tre millimetri esterni per le fibre del lino che hanno uno spessore nell’ordine del centesimo di millimetro!

La supernova nel sepolcro

Per i lettori che non sono abituati all’atmosfera surreale della sindonologia, si può segnalare questa frase dalla lettera di Fanti:

«Molte ipotesi [dei sindonologi] di formazione dell’immagine [della Sindone] si basano su intense radiazioni (radiazione intesa in senso lato come fenomeno agente a distanza) e non credo che si possa a priori escludere l’ipotesi di un possibile arricchimento di carbonio 14 provocato da una radiazione non ancora oggi ben definita di origine naturale; per esempio è di pochissimi decenni la scoperta di raggi X e gamma collimati legati alla nascita di supernovae ed ipernovae che penetrano l’atmosfera terrestre e che potrebbero avere provocato sia l’immagine corporea che l’arricchimento di carbonio 14.»

Vediamo di spiegare. Fra i sindonologi più “scientifici”, di cui Fanti è un capofila, si è diffusa negli ultimi anni la tendenza a cercare le ipotesi più fantasiose per spiegare la formazione dell’immagine sindonica. Si è parlato di campi elettrici ad altissima tensione con conseguente “effetto corona”, di radiazioni di tutti i tipi, in particolare radiazioni laser di inaudita intensità, poi di terremoti con annessi effetti “piezonucleari”. Un autore ha fatto ricorso addirittura a un fenomeno di annichilazione fra materia e antimateria, una sorta di primordiale Big Bang. Tutte queste teorie sono del tipo “paghi uno e prendi due” perché oltre a spiegare (?) la formazione dell’immagine, rendono anche conto del ringiovanimento radiocarbonico del telo e spiegano perché il test del 1988 lo datò al tardo medioevo anziché all’epoca di Cristo. Di solito a questo scopo fanno intervenire un flusso di neutroni che urtando nuclei di azoto 14 presenti sul telo li trasformano in nuclei di carbonio 14 alterando il risultato della datazione.

In tutti i casi, il fenomeno ipotizzato dai sindonologi si sarebbe verificato in una tomba di Gerusalemme duemila anni fa. Anche se non tutti lo dichiarano esplicitamente, si può supporre che gli autori considerino il fenomeno come collegato al miracolo della risurrezione di Cristo. Qui Fanti fa eccezione perché colloca l’origine della radiazione non all’interno del sepolcro ma a distanze intergalattiche. Infatti si riferisce presumibilmente al cosiddetto “lampo gamma” (gamma-ray burst) o a fenomeni analoghi causati da eventi, come l’esplosione di una supernova, localizzabili, tipicamente, a distanze dell’ordine del miliardo di anni luce.

Fanti parla di raggi “collimati”. Forse pensa che i raggi siano capaci di focalizzarsi e andare a colpire esattamente soltanto un oggetto di pochi metri come la Sindone. Infatti non risulta che altri reperti archeologici, fra i tanti che vengono datati al radiocarbonio, abbiano subìto un analogo effetto. È vero che quei lampi gamma sono collimati, nel senso che la radiazione non si diffonde in tutte le direzioni su una superficie sferica ma si infila in un cono. Però, anche se l’angolo del cono è abbastanza piccolo, la distanza coperta dalla radiazione è talmente grande che quando arriva qui si estende non su dimensioni di pochi metri, né su dimensioni dell’intero pianeta, ma su dimensioni interstellari.

Resta poi sempre da capire come possa il lampo gamma produrre l’immagine sulla Sindone.

Dirò che resto perplesso di fronte alla collocazione remota della fonte della radiazione. Infatti in questi anni Fanti ha sempre ipotizzato un fenomeno che si sviluppa all’interno del sepolcro, per esempio un campo elettrico che avvolge il corpo di Cristo e produce il cosiddetto effetto corona. In un articolo su un giornale dello scorso anno, con intervista a Fanti, il titolo citava una sua frase: “Ci vogliono 50 fulmini per creare la Sindone” (ma devono essere fulmini dal tocco delicato, aggiungo io, perché Fanti non li considera fra gli effetti ambientali capaci di alterare i risultati dei suoi metodi di datazione). Vien quasi il sospetto che nell’inespresso pensiero di Fanti l’origine del lampo gamma non sia nella esplosione di una supernova in una galassia lontana ma in un luogo molto più vicino. Infatti in questo suo ultimo libro, nella pagina conclusiva del capitolo sulla formazione dell’immagine (p. 157), dopo avere detto che il campo elettrico ad altissima tensione che produsse l’immagine potrebbe essere “un sottoprodotto della risurrezione”, Fanti scrive:

«La Sindone potrebbe addirittura fornirci qualche informazione sul processo legato a tale evento [la risurrezione di Cristo]. Dalle analisi computerizzate risulterebbe che nel sepolcro si formò improvvisamente un intenso campo elettrico con direzione verticale, causato da una fonte di energia posta al di sopra del lenzuolo che avvolgeva il cadavere, cui seguì un insieme più complesso di fenomeni.»

Poi Fanti continua con una “interessante” correlazione con il “razzo di fuoco” descritto dalla mistica Maria Valtorta:

«Tale meteora potrebbe essere entrata nel sepolcro, per ridare vita al corpo esanime, agendo dall’alto della cavità, secondo quanto ipotizzato dai modelli computerizzati basati sull’effetto corona.»

Insomma la supernova era dentro al sepolcro, se interpreto bene.

Si vede che i sindonologi dispongono di risorse che non sono concesse a noi spettatori esterni. Infatti loro possono invocare miracoli e prodigi ritagliati su misura per i loro desideri, un privilegio che a noi è proibito. Per esempio, noi non ci azzarderemmo a spiegare i risultati delle datazioni di Fanti dicendo che in un certo giorno, prima dei prelievi del 1978, un fulmine globulare entrò alla chetichella nella Cappella del Guarini e si intrufolò nella teca della Sindone alterandone le fibre di lino proprio nella misura giusta per far risultare una data all’epoca di Cristo. Quindi il confronto coi sindonologi non è ad armi pari.

Temo che saremo destinati alla sconfitta…

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