Alla ricerca delle pietre del sole vichinghe

Il cielo era coperto e nevoso come Sigurður aveva previsto. Allora il re chiamò a sè Sigurður e Dagur. Il re chiese loro di guardare fuori, ed essi non poterono vedere in alcuna direzione il cielo limpido. Allora egli chiese a Sigurður di dirgli dove si trovava il sole in quel momento. Questi diede una risposta precisa. Quindi il re fece loro prendere la pietra del sole e la sollevò, e vide dove la luce irradiava dalla pietra e verificò direttamente la previsione di Sigurður.

Questo passo compare nel “Rauðúlfs þáttr“, un poema islandese scritto nel quattordicesimo secolo; si tratta del racconto di un episodio della vita di Sant’Olaf (Olav Haraldsson II, re di Norvegia, 995-1030), in visita a un misterioso saggio e alla sua incredibile casa rotante (per i più curiosi, l’università di Londra ha pubblicato online il testo completo con traduzione in inglese).

Ma questo poema è famoso anche per un altro motivo: si tratta infatti dell’unico testo in cui viene descritto il funzionamento delle sólarsteinn, le mitiche pietre del sole vichinghe nominate anche in alcuni cataloghi medioevali che – stando al racconto, almeno – consentirebbero di localizzare la posizione del sole anche in un cielo completamente coperto; strumento utilissimo per i navigatori del “grande Nord”, ai tempi in cui bussole e GPS dovevano ancora arrivare.

Per lungo tempo le pietre del sole vennero considerate nient’altro che uno dei tanti “artefatti magici” della mitologia norrena. Poi, nel 1967, l’archeologo danese Thorkild Ramskou avanzò un’ipotesi: e se le sólarsteinn fossero esistite davvero? Ramskou aveva notato che, sfruttando opportunamente alcuni cristalli come lo spato d’Islanda (una varietà trasparente di calcite), era effettivamente possibile localizzare la posizione del sole.

Questo minerale si comporta infatti come un cristallo birifrangente: ruotandolo e disponendo di un’opportuna taratura è possibile capire la direzione di polarizzazione della luce, e quindi la sua provenienza. Nel 2011 l’ipotetica tecnica vichinga è stata descritta da Guy Ropars, fisico dell’Università di Rennes, sui Proceedings of the Royal Society A. Così la riassume il National Geographic:

In laboratorio, Ropars e i suoi colleghi hanno irradiato il pezzo di spato islandese con una luce laser in parte polarizzata. Passando attraverso il cristallo, la luce si divideva in due raggi […]; ruotandolo, esisteva solo un punto in cui i due raggi avevano la stessa intensità. L’angolo di ingresso della luce dipende dalla posizione del raggio. L’ipotesi è che i vichinghi usassero il cristallo in un giorno di sole, marcando sulla sua superficie la posizione dell’astro. Nei giorni nuvolosi, poi, il navigatore avrebbe potuto orientarsi osservando la differenza di luminosità dei due raggi.

In questo video in inglese è spiegato, con maggiori dettagli, il principio fisico alla base.

Potrebbe sembrare una tecnica complicata, ma in realtà non lo è. Ropars, con l’aiuto di una ventina di volontari, si è lanciato in un esperimento di “archeologia sperimentale”, per scoprire se il procedimento fosse davvero possibile nella realtà: ebbene, in media i partecipanti si sono dimostrati capaci di scoprire la direzione del sole con un solo grado di errore, sui 360 possibili.

Purtroppo il fatto che questa tecnica sia possibile (anche se con alcune limitazioni per quanto riguarda la navigazione a latitudini artiche, come ha evidenziato un successivo articolo di Susanne Åkesson) non significa che sia stata effettivamente utilizzata dai navigatori vichinghi. La saga di sant’Olav è di natura allegorica, la casa rotante del saggio Sigurður è con tutta probabilità una rappresentazione dell’universo, e anche il cristallo magico potrebbe verosimilmente essere frutto di fantasia.

Per i sostenitori dell’esistenza delle “pietre del sole”, però, arriva una buona notizia. Il 6 marzo di quest’anno, infatti, un’equipe capitanata da Guy Ropars e Albert Le Floch ha pubblicato, sempre sui Proceedings, la notizia di una scoperta interessante: sull’Alderny, una nave elisabettiana affondata nel 1592, è stato trovato proprio un cristallo di calcite. Particolare interessante, l’oggetto si trovava a poca distanza da altri strumenti per la navigazione, cosa che avvalorerebbe l’ipotesi del suo uso come “bussola primitiva”. Potrebbe essere forse il primo indizio dell’esistenza delle sólarsteinn?

La scoperta per ora lascia dubbiosi gli studiosi. Prima di tutto, la Alderny non è una nave vichinga, ma appartiene a un contesto e a un’epoca completamente differenti. Donna Heddle, direttrice del Center for Nordic Studies, considera l’ipotesi delle sólarsteinn una mera speculazione:

Non ci sono evidenze solide che quello strumento fosse usato dai navigatori norreni. Non ne è mai stato trovato uno su una nave vichinga. […] Se esistessero cose simili, sarebbero state ritrovate nelle tombe.

Quello che manca, quindi, è la “pistola fumante” che possa collegare la pietra dell’Alderny alla saga vichinga. Per i sostenitori dell’esistenza delle pietre del sole, comunque, questa è ugualmente una buona notizia. Secondo Albert Le Floch la calcite è un minerale fragile e facilmente soggetto a deterioramento. Il fatto che ne sia trovata una pressoché intatta (anche se ormai non più trasparente come doveva essere all’origine) in una nave del sedicesimo secolo fa sperare che, prima o poi, altri simili oggetti vengano alla luce, se davvero erano usati come strumenti di navigazione.

La ricerca delle pietre del sole, insomma, è appena cominciata.

Immagine da Wikimedia Commons, licenza CC Attribution-Share Alike 3.0 Unported.

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