Tre fallacie al prezzo di una!

farmaci omeopatici

Articolo tratto dal blog di di Edzard Ernst, pubblicato in originale il 9 febbraio 2013. Traduzione di Mariantonietta Sacco.

Il parere più comune sulla medicina alternativa che io abbia sentito esprimere, nel corso degli anni, dai consumatori, dai professionisti della sanità o da coloro che prendono le decisioni con una preferenza per la medicina alternativa, è la seguente: “Fintanto che aiuta, non mi importa di come funzioni”.

A prima vista, questa argomentazione sembra ragionevole, logica e corretta; sarebbe stupido, forse persino immorale, rifiutare un trattamento efficace semplicemente perché non siamo in grado di capire da dove provenga la sua efficacia – non sarebbe pragmatico e non è quello che si fa in medicina: l’aspirina, ad esempio, venne usata e aiutò molti pazienti da molto tempo prima che se ne comprendesse il funzionamento. Comunque, una volta considerato il modo in cui questa nozione viene di regola usata per difendere l’uso di terapie non dimostrate, ci rendiamo conto che, in questo contesto, è falsa. Infatti, se la esaminiamo attentamente, troviamo che riesce a stipare tre grandi fallacie in una sola minuscola frase.

La prima cosa che notiamo è che il ragionamento combina due problemi fondamentalmente diversi che dovrebbero in realtà essere distinti: 1) il meccanismo d’azione di una terapia e 2) la sua efficacia clinica. La faccenda diventa più chiara se ne discutiamo non in termini astratti ma in relazione ad un esempio concreto: i Fiori di Bach (o FdB). Avrei potuto selezionare molte altre terapie alternative ma i FdB sembrano perfetti, in particolare perché finora non sono stati menzionati in questo blog.

Simili alle preparazioni omeopatiche, i FdB sono così diluiti da non contenere alcun principio attivo di cui meriti parlare (comunque, differiscono dalle preparazioni omeopatiche perché non seguono il principio del “simile che cura il simile”). Sono stati pubblicati diversi studi clinici sugli FdB; complessivamente, i risultati mostrano molto chiaramente che gli effetti clinici dei FdB non differiscono da quelli del placebo. (Questo non impedisce ai produttori di venderli e ai consumatori di acquistarli; al contrario, sono un prospero settore di mercato.)

I principi che sostengono i FdB non sono scientificamente plausibili e persino i floriterapeuti ammetterebbero probabilmente di non avere alcuna idea scientificamente difendibile sui meccanismi di funzionamento dei propri rimedi. Gli scienziati potrebbero aggiungere che un meccanismo d’azione di rimedi così altamente diluiti non è solo sconosciuto: è inconoscibile. Non c’è modo di spiegarlo senza riscrivere svariate leggi di natura.

La situazione globale è quindi abbastanza chiara: i FdB non sono efficaci e non c’è un meccanismo d’azione plausibile. Eppure è difficile negare che molti pazienti si sentano meglio dopo aver consultato un floriterapeuta (o dopo l’automedicazione con i FdB) e quei clienti soddisfatti spesso affermano: ““Finché i FdB mi aiutano, non mi importa di come funzionano.”

Come precedentemente discusso, i sintomi possono migliorare per una gamma di ragioni connesse a qualsiasi effetto terapeutico specifico: la storia naturale della malattia, la regressione verso la media, l’effetto placebo, ecc. Solo studi rigorosamente controllati possono dirci se la terapia o altri fattori abbiano causato l’esito clinico; la nostra percezione non può da sola identificare la causa e l’effetto.

Il fatto che migliaia di pazienti credano fermamente nei FdB non costituisce quindi la prova della loro efficacia. Perciò il motivo della differenza tra le impressioni date dall’esperienza e i risultati degli studi clinici è semplice: il rapporto di empatia con un terapista e/o un effetto placebo e/o la storia naturale della malattia sono percepiti come utili, mentre i FdB sono puri placebo.

Tornando alla nozione “Fintanto che aiuta, non mi importa come funziona questa terapia”, essa risulta essere basata su almeno tre equivoci tutti strettamente intrecciati fra loro.

In primo luogo, non è stato il trattamento stesso ad aiutare, ma qualcos’altro (vedi sopra). È quindi una fallacia concludere che il trattamento abbia funzionato.

In secondo luogo, il riferimento ad un meccanismo sconosciuto d’azione punta a fuorviare l’avversario: distrae dalla prima fallacia (“il trattamento è efficace”) con la sovrapposizione di una seconda fallacia (che ci potrebbe essere un meccanismo d’azione). Tenta decisivamente di mettere in difficoltà l’avversario, insinuando: “rifiuti una cosa utile semplicemente perché non sei in grado di spiegarla; è logica scadente e un’etica persino peggiore – vergogna!”.

Gli appassionati dei FdB vedranno sicuramente tutto questo in modo alquanto diverso. Probabilmente sosterranno che anche l’effetto placebo è un meccanismo plausibile. Potrebbero dire: “Ciò significa certamente che i FdB sono utili e dovrebbero essere ampiamente adoperati”.

Nel dichiarare ciò, trasformano la duplice fallacia in una triplice fallacia. Ciò che dimenticano è che non abbiamo bisogno di placebo per creare effetti placebo. Un trattamento efficace somministrato dedicando al paziente tempo, compassione ed empatia creerà, naturalmente, anche effetti placebo, ma in più, genererebbe soprattutto un effetto terapeutico specifico. Quindi, in confronto, i FdB sono abbastanza inutili. Raramente ci sono valide giustificazioni per l’uso di placebo nella routine clinica.

In conclusione, la frase spesso usata e apparentemente ragionevole “Finché aiuta, non mi importa di come funzioni” si rivela un insieme di fallacie quando viene adoperata per sostenere l’uso di trattamenti non provati.

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