Verremo tutti microchippati?

Microchip felino

Tutti coloro che usano sistemi informatici sanno, più o meno inconsciamente, che ogni utente possiede delle “credenziali” che a tutti gli effetti, agli “occhi” delle macchine, rappresentano una persona. Per accedere a un sistema abbiamo una password o un PIN, ma chiunque si impossessasse di questa parola potrebbe impersonarci di fronte a una macchina e rendersi indistinguibile dal legittimo proprietario. E’ il famoso problema del furto di identità.

Analogo problema ce l’hanno le carte di pagamento: chi si impossessa della tesserina di plastica, agli occhi della banca è indistinguibile dal legittimo detentore del conto corrente.

Non sarebbe bello che le macchine ci riconoscessero senza dover passare attraverso mezzi fisici facilmente ingannabili tipo tesserine magnetiche e parole d’ordine? È quello che cercano di fare i sistemi di riconoscimento biometrico, macchine che dovrebbero riconoscere una persona attraverso una serie di parametri fisici come impronte digitali, forma del viso, timbro della voce e motivi dell’iride. Con sistemi del genere potremmo andare in giro in tutto il mondo senza portare nulla con noi, e qualunque terminale saprebbe istantaneamente chi siamo, se abbiamo il diritto di entrare in un certo luogo o se abbiamo abbastanza soldi per acquistare un oggetto, oppure qualunque ospedale potrebbe sapere la nostra storia medica e di quali cure abbiamo bisogno. Il rovescio della medaglia, chiaramente, è che ogni nostro spostamento sarebbe potenzialmente tracciato.

Purtroppo (o per fortuna) questi sistemi sono ancora abbastanza “in erba”: non sempre riconoscono in modo affidabile le persone, e comunque sono ingombranti e molto costosi. Se è ipotizzabile usarli per il controllo degli accessi alla dogana di un aeroporto, non ci si può attendere che vengano adottati a breve da tutti gli esercizi commerciali per le normali transazioni.

La soluzione “di passaggio” proposta è quella dei microchip di identificazione impiantabili: dei piccolissimi dispositivi radio che trasmettono un codice identificativo univoco quando passati a qualche decimetro da uno scanner. Nel 2004 la ditta Verichip ha ottenuto l’approvazione per l’uso umano di uno di questi microchip di identificazione (RFID) impiantabile sottopelle. Gli usi proposti per questo chip sono soprattutto di tipo biomedico: una persona può archiviare in un server le proprie informazioni sulla salute, le proprie cartelle cliniche, esami, eccetera, e in caso di incidente i soccorritori possono, attraverso il numero di identificazione, accedere a queste informazioni. Chip più evoluti potrebbero avere altre funzioni, es. misurare il livello di glicemia nel sangue ai diabetici, o interfacciarsi con dispositivi come cellulari e computer per permetterne l’uso solo al proprietario.

Immediatamente si è posto il problema della tutela della privacy. Come evitare che queste (o altre) informazioni vengano esaminate da persone non autorizzate? O che il Governo utilizzi scanner posti in luoghi pubblici per seguire i nostri movimenti? Magari non oggi, ma una volta che il loro uso fosse generalizzato un futuro governo totalitario avrebbe in mano un’arma formidabile. Inoltre un chip identificativo equivale ad un tatuaggio permanente, al marchio di un “numero di serie”, e la cosa per molti ha una connotazione decisamente sgradevole. Quindi solo un numero molto piccolo di persone (qualche migliaio) ha accettato di farsi impiantare il chip, e la ditta lo ha ritirato dal commercio nel 2010. Fine della storia, oggi non esistono RFID impiantabili per uso umano.

Ma la storia è troppo bella per morire così e sopravvive, in molte versioni, nel mondo delle leggende metropolitane. In particolare la proposta di legge di Obama (HR3200, la prima “Obamacare”, mai approvata) prevedeva un registro obbligatorio di tutti gli apparecchi biomedici, in particolare quelli impiantabili di classe 2, e quelli di sostentamento vitale, da completarsi entro il 23 marzo 2013. Una lettura molto disinvolta di questo testo sostiene che entro allora tutti gli statunitensi dovranno avere un chip impiantato, in quanto questi sono appunto “di classe 2”. La legge approvata, HR3962, usa poi l’acronimo CHIP per “Children’s Health Insurance Program“. Apriti cielo, pure i bambini microchippati!

Riferendosi al brano dell’Apocalisse sul Marchio della Bestia, i complottisti affermano che l’RFID verrà collegato al nostro conto bancario, in modo che “nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio”. Il chip sarebbe disattivabile a distanza, per rendere impotenti le persone scomode. Spesso in questi siti si usa come prova del terribile complotto il fatto che le carte di credito ed i bancomat oggi usino un microchip e, saltando disinvoltamente tra i due tipi di chip, si citano i numeri (altissimi) di chip per carte di credito prodotti per dimostrare che un gran numero di persone sia, o stia per essere, microchippato. Vengono mostrate false foto di un chip impiantato nella mano (posizione del “marchio della bestia”), ma i chip RFID verrebbero impiantati nel braccio.

Altre versioni parlano di un supermercato statunitense che ha richiesto ai suoi clienti l’impianto di un RFID. E le capacità del Verichip vengono dilatate fantasiosamente a dismisura. Riceverebbe la posizione usando un GPS, e la trasmetterebbe in continuazione a un centro di raccolta dati. Sarebbe connesso ad una rete globale, via satellite, e riceverebbe comandi da un computer centrale, in modo da rendere il microchippato “una vera e propria marionetta del sistema elettronico, potrà essere manipolata e controllata fisicamente, mentalmente ed emozionalmente”.

Naturalmente queste sono tutte invenzioni campate in aria: tutto ciò che facevano i chip di riconoscimento, prima di essere ritirati dal mercato, era trasmettere un codice che permette a una macchina di capire che siamo proprio noi, e associare la nostra identità alle informazioni che la macchina stessa ha già nel proprio database.

Sia per questa tecnologia, sia per il riconoscimento biometrico che verrà, sia per ogni altra tecnologia, si possono immaginare applicazioni molto utili così come usi immorali o illeciti. Potremmo avere la nostra storia medica e i contanti sempre con noi senza portare in tasca alcunché, ma un governo oppressore potrebbe sempre controllare dove andiamo e chi incontriamo. Il “demone” non è la tecnologia in sé, purché ci sia un apparato legislativo che fissi dei solidi confini tra cosa è lecito e cosa no, che permetta a chi non lo desideri di farne a meno e che sanzioni duramente ogni uso non approvato dai cittadini stessi.

Visto che alcuni dei cittadini terrorizzati dalla tecnologia RFID sono ormai stati eletti alle “stanze del potere”, ci aspettiamo che in futuro agiscano in modo più razionale e anticipino con leggi moderate e oculate le applicazioni tecnologiche che verranno.

Immagine da WikiCommons, licenza CC Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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