L’apofenia di San Malachia

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Perché le profezie sembrano funzionare? Tutta colpa dell'”apofenia“, e cioè la tendenza naturale a individuare un significato all’interno di schemi casuali, percependo collegamenti anche tra fenomeni che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Klaus Conrad, a cui si deve il termine, la definì un’immotivata visione di connessioni, spesso accompagnata da un’anormale significatività.

Come spiega Romolo Capuano in un libro intitolato, per l’appunto, “Apofenia“, questo fenomeno è alla base del fascino che hanno per noi le coincidenze: sognamo una persona poco prima di incontrarla davvero, e allora interpretiamo tutto come una premonizione. E invece, se contassimo quante delle persone sognate ogni notte incontriamo il giorno dopo, capiremmo che si tratta più probabilmente di una coincidenza. Il papa si dimette, e poco dopo un fotografo scatta la foto di un fulmine che colpisce San Pietro. Oppure: il papa si dimette, e poco dopo un meteorite colpisce la Terra: due eventi indipendenti, che nulla hanno a che fare l’uno con l’altro; ma il nostro cervello li associa ugualmente, considerandoli frutto di una coincidenza sorprendente, quasi fossero il segno dell’ira divina.

La stessa tendenza si riscontra nel processo di interpretazione delle profezie, prima fra tutti la profezia di Malachia (che, come la storia insegna, non è altro che un falso cinquecentesco). Eppure c’è chi giura che la profezia funziona, e ognuna delle arcane formule in latino è un fiorire di interpretazioni. Però, a ben guardare, sarebbe stato davvero impossibile non trovare almeno un collegamento tra ognuno dei motti dedicati ai pontefici e gli innumerevoli aspetti e avvenimenti che li riguardano. Ad esempio, sarebbe impossibile non trovare almeno una ragione per giustificare quel “De gloria olivae” cucito sopra Joseph Ratzinger.

A riprova di questo c’è il fatto che persone diverse tendono a trovare interpretazioni diverse: chi considera quella “gloria dell’ulivo” un riferimento ai monaci olivetani (ovvero i benedettini, da cui il nome Benedetto XVI), chi ci ha visto un collegamento allo stemma papale (che contiene un moro, quindi di carnagione olivastra), chi ha considerato questo papa attivo nel perseguire la pace (simbolizzata dall’ulivo), e chi addirittura ha colto un presagio della vittoria dell’Ulivo nelle elezioni regionali del 2005, l’anno dell’elezione al soglio pontificio.

Ma questo non significa che tutti questi significati siano davvero contenuti in quel semplice motto in latino. E infatti tutte queste interpretazioni assumono un significato solo a posteriori, quando il papa è già stato eletto e si può andare a caccia di coincidenze. Mai che questi collegamenti siano stati trovati prima: per esempio, durante il conclave che ha portato all’elezione di Ratzinger al soglio pontificio la maggioranza degli interpreti puntava su un papa mediorientale (la terra degli ulivi, appunto). Svanita questa interpretazione, se ne sono trovate altre.

Lo stesso accade con le strane coincidenze che sembrano avvalorare l’avvento dell’ultimo papa, interpretato a volte come il segretario di stato Tarcisio Bertone, a volte come il papa ancora da eleggere. Si scopre, ad esempio, che il giorno delle dimissioni del papa (oggi, 28 febbraio) per la Chiesa cattolica si celebra San Romano: e subito ci sembra una coincidenza impossibile, perché il pensiero corre immediatamete a quel “Petrus Romanus” della profezia di Malachia. Ma, a ben guardare, è davvero un fatto così clamoroso?

Il San Romano celebrato il 28 febbraio è San Romano di Condat, fondatore di un monastero sul massiccio di Giura in Francia. Ma non è l’unico con questo nome. Una delle maggiori enciclopedie online a tema, ad esempio, ne contempla oltre una ventina, tra papi, santi, e beati.

Ma in fondo la profezia di Malachia parla di un “Petrus Romanus“. Non sarebbe stata lo stesso una bella coincidenza se il giorno dell’abdicazione fosse stato consacrato a qualche San Pietro? Sfruttando la stessa enciclopedia online, scopriamo che i santi, beati e venerabili con questo nome sono molti di più, oltre duecento, e coprono una buona fetta dei giorni del calendario.

E a ben vedere, perché limitarsi al 28 febbraio? Avremmo potuto considerare strana la concomitanza tra un giorno dedicato a San Pietro/San Romano, e una qualsiasi delle date chiave coinvolte in questa storia: quella del fatidico annuncio, quella dell’inizio del conclave, quella della proclamazione del nuovo papa, o magari anche la sua data di nascita o quella dell’ordinazione a sacerdote, vescovo, cardinale.

E’ chiaro che, da un punto di vista puramente statistico, è quasi impossibile non trovare un collegamento simile. Eppure la coincidenza tra il giorno delle dimissioni del papa e quello dedicato a San Romano di Condat continua a sembrarci strana, misteriosa, improbabile. Tutta colpa dell’apofenia.

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