Come lottare efficacemente contro i miti e le leggende metropolitane?

miti

Articolo di Brigitte Axelrad – SPS n. 300, aprile 2012 – originariamente pubblicato su Pseudo-sciences.org. Traduzione di Cristina Venturi. Ha collaborato Elisabetta Deriu.

«La Coca Cola in grande quantità può essere mortale, perché contiene anidride carbonica (CO2) ».

«Le navi spaziali del programma Apollo non sono mai approdate sulla luna, si tratta di una messa in scena filmata negli studi di Hollywood».

«Le tecnologie wireless aumentano l’incidenza dell’autismo nei bambini».

O ancora «Il vaccino RPM (rosolia, parotite e morbillo) è una delle cause dell’autismo».

Chi non è mai stato vittima di leggende urbane, chiacchiere o miti che si diffondono a macchia d’olio mediante il passaparola e attraverso Internet, oltrepassando le frontiere e le barriere linguistiche?

Questi miti e queste leggende sono delle credenze che appaiono immediatamente errate a una mente accorta, ma che sono talmente radicate nella mentalità collettiva che è difficile cancellarle ed eliminare la loro influenza, talvolta pericolosa, sui comportamenti. Per esempio, molti genitori hanno rifiutato di fare il vaccino RPM ai loro figli, credendo che potessero diventare autistici. Non soltanto questa paura induce ad esporre i propri bambini al morbillo, ma è anche, almeno in parte, causa della recrudescenza del morbillo stesso nei paesi interessati.

John Cook e Stephan Lewandowsky, entrambi specializzati nel campo delle neuroscienze, hanno pubblicato nel novembre 2011 – con aggiornamento nel gennaio 2012, NdR – una guida di otto pagine dal titolo The Debunking Handbook, (in italiano “Il manuale della demistificazione”, scaricabile gratuitamente qui), con l’obiettivo di far comprendere agli scienziati e ai divulgatori che ciò che si deve considerare importante non è tanto ciò che pensano, o credono, le persone; ma piuttosto con quale intensità lo pensano o lo credono.

Attenzione al “pregiudizio confermativo”!

In un articolo pubblicato dall’Agence Science Press l’8 gennaio 2012, e intitolato “La vulgarisation en retard sur la psychologie” (La divulgazione in ritardo sulla psicologia), Pascal Lapointe scrive che i divulgatori scientifici sono spesso vittime loro stessi di un mito, quello della «sindrome da deficit di conoscenza», che presuppone che il pubblico sia ignorante e che, per sradicare le credenze, “demistificarle”, sia sufficiente fornirgli più fatti e più informazioni. In questo modo, il pubblico vedrà finalmente la luce e sorgerà un legame più sano con la scienza. In realtà, tutto ciò può produrre l’effetto opposto, che consiste nel rafforzare il mito. Per far vacillare una credenza, non è sufficiente bombardarla di fatti.

Effettivamente, il pensiero è selettivo e tende a cercare e a conservare ciò che conferma le credenze, ignorando o sottovalutando ciò che le contraddice. Questo è ciò che viene chiamato «pregiudizio confermativo» (in inglese «confirmation bias»), ed è un processo cognitivo che si può spiegare in due modi: da un lato, ci permette di trattare l’informazione più rapidamente tra una marea di informazioni ricevute, il che è positivo; ma siccome non ci piace sbagliare, preferiamo non cercare l’errore, e ciò costituisce un ostacolo alla conoscenza.

Dunque, come comunicare efficacemente? Sembra che ci si debba liberare dell’immagine metaforica del bicchiere pieno, ovvero il sapere e coloro che lo detengono, e del bicchiere vuoto, ossia il pubblico spesso disinformato. Comunicare efficacemente non è riempire il bicchiere vuoto con quello pieno, ma mettersi al posto del pubblico, prendere atto dei suoi pregiudizi, delle sue aspettative e dello stato della sua conoscenza, e adattare il discorso al pubblico.

Questo è appunto il metodo proposto da The Debunking Handbook.

Il metodo proposto da John Cook e Stephan Lewandowsky

Gli autori partono da una constatazione: sfatare i miti è un problema più arduo di quanto non sembri. Si può facilmente arrivare all’effetto contrario, rafforzando inavvertitamente i miti che si cerca di sfatare.

Il mito è persistente, anche dopo essere stato sfatato. In uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research venne proposto ad alcune persone un volantino per smontare la resistenza psicologica al vaccino contro l’influenza. Mezz’ora dopo averlo letto, una parte di quelle persone rimase fortemente persuasa che il vaccino fosse pericoloso.

Nel 2011, in Psychonomic Bulletin & Review, John Cook e Stephan Lewandowsky proposero il seguente metodo di analisi del fenomeno: un’informazione codificata dal cervello come vera continuerà a influenzare la memoria e il ragionamento, anche dopo che è stato dimostrato che è falsa.

Gli autori propongono una strategia di informazione composta da 6 punti:

1 – Evitare che il pubblico familiarizzi con il mito. Quando si cerca di demistificarlo, bisogna evitare di menzionarlo, ponendo invece l’accento sui fatti piuttosto che sul mito.

2 – Rendere l’informazione facile da trattare. Contrariamente alla tendenza abituale dei divulgatori scientifici, John Cook e Stephan Lewandowsky raccomandano di presentare un contenuto semplice sacrificandone la complessità e le sfumature; di utilizzare un linguaggio chiaro, frasi corte, sottotitoli, paragrafi. In inglese, questo principio si riassume nell’acronimo KISS (Keep It Short and Simple o Keep it Simple, Stupid – falla breve e facile/falla facile, stupido). Più l’informazione sarà di facile comprensione per gli ascoltatori, più sarà riconosciuta come fondata. Talvolta, per adattarsi a un pubblico diverso, si possono produrre tre versioni della proprio argomentazione: una versione semplificata con testi corti e di grafici, una versione intermedia e una versione avanzata caratterizzata da un linguaggio più tecnico e spiegazioni più dettagliate.

3 – Non strafare. I comunicatori scientifici immaginano che fornire molte contro-tesi garantirà un maggior successo alla demistificazione. Si ottiene invece il contrario. Presentarne meno può essere più efficace. Per esempio, per correggere una credenza tre argomenti sono meglio di dodici, che finirebbero per rafforzarla.

4 – Tenere conto del background del pubblico. I processi cognitivi portano spesso le persone, a loro insaputa, a trattare l’informazione in maniera indiretta. Quando cercate di convincere qualcuno presentandogli degli argomenti che vanno contro il suo quadro di riferimento, questi darà fondo a tutta la sua energia per trovarne altri che contraddicano la vostra dimostrazione. In questo caso si tratta di un «pregiudizio non confermativo».

5 – Quando un mito è smontato, lascia un vuoto nello spirito. Bisogna colmare il vuoto con una spiegazione plausibile. Per esempio, la CO2 contenuta nella Coca Cola si trova anche nelle acque gassate. Se la Coca Cola ad alte dosi fosse mortale, allora anche l’acqua gassata potrebbe esserlo…

6 – Uso dei grafici. Sono uno strumento particolarmente efficace nella lotta contro i miti. Quando gli ascoltatori convinti confutano i vostri argomenti perché contraddicono le loro credenze, si aggrappano a tutte le ambiguità per sostenere la loro interpretazione. I grafici lasciano meno spazio alle cattive interpretazioni o alle contraddizioni.

Coloro che divulgano la scienza e che smontano i miti hanno tutto l’interesse ad appoggiarsi alla psicologia e alle sue collaboratrici dei tempi moderni, le neuroscienze. Già nel 1937, ne “La formation de l’esprit scientifique”, Gaston Bachelard diceva degli insegnanti di scienze:

Non riflettono sul fatto che l’adolescente che inizia a studiare fisica possiede già un bagaglio di conoscenze empiriche già costituite: si tratta allora non più di acquisire una cultura sperimentale, ma semmai di cambiare il modo in cui si fa cultura sperimentale, abbattendo gli ostacoli che si sono già accumulati nella vita quotidiana.

Ciò è ugualmente vero per un gran numero di divulgatori scientifici:

Non capiscono ciò che non si capisce. Sono pochi coloro che hanno approfondito la psicologia dell’errore, dell’ignoranza e della non riflessione.

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