Favole Periodiche

Favole periodiche

Coloro che pensano che Arte e Scienza stiano su due pianeti diversi, inesorabilmente condannati all’incomunicabilità, dopo aver letto questo libro di Hugh Aldersey-Williams dovranno ricredersi.

“Favole periodiche” non è un saggio di chimica ma un raccolta di brevi aneddoti e storielle che legano tra loro gli elementi della tavola periodica alle vicissitudini della loro scoperta e al loro impiego negli oggetti quotidiani come nei capolavori artistici, spiegando come l’uso di un particolare materiale trasmetta dei significati reconditi a colui che osserva. L’autore ci accompagna nelle citazioni “chimiche” nei capolavori della letteratura mondiale, mostrando come sovente agli elementi vengano associate caratteristiche e “sentimenti” che in qualche modo spiegano come la materia che ci circonda sia pregna di significati sociologici e alchemici che, se nulla ci dicono delle proprietà chimiche della materia stessa, possono dirci molto di come gli uomini, nel corso dei secoli, hanno interpretato il mondo intorno a loro.

Persino la pubblicità ha sovente sfruttato questi significati reconditi: scopriamo così, per esempio, che il platino oggi è considerato l’emblema della ricchezza e della raffinatezza ma che dal punto di vista metallifero è ben più comune dell’oro e non dovrebbe avere un grande valore (almeno finché non si è scoperto il suo uso come catalizzatore di importanti reazioni industriali), per cui le nostre idee sono state plasmate dalla pubblicità e dall’opinione delle celebrità che hanno diffuso il messaggio. O che il radio, l’elemento che fin nella radice del suo nome è il simbolo per eccellenza della radioattività, oggi ci suscita timore e disgusto ma appena dopo la sua scoperta da parte dei coniugi Curie era ritenuto una panacea per tutti i mali e moltissimi medicinali e prodotti di consumo sfruttavano questa denominazione per pubblicizzarsi.

“Favole periodiche” piacerà senz’altro agli amanti delle arti che non disdegnano di capire la chimica e la tecnologia che vi si cela sotto, anche se l’autore, un inglese, attinge soprattutto a esempi della tradizione anglosassone, tedesca e scandinava, che rappresentano il suo background culturale. Per noi italiani parecchi esempi potrebbero non avere grande significato.

In quanto amante soprattutto di saggi scientifici ho trovato invece un po’ deficitarie le fugaci spiegazioni sui procedimenti chimici e metallurgici usati, nel corso della storia, per sintetizzare gli elementi puri dai loro composti, anche se potrebbe essere stata una scelta deliberata, per non invogliare i lettori a tentare improbabili e pericolose reazioni chimiche nella cucina di casa.

Anche la scelta (subito dichiarata dall’autore) di presentare gli elementi in ordine totalmente sparso, seguendo al più qualche debole collegamento storico o sociale che li unisce, l’ho trovata parecchio dispersiva. Sarà la mania del sottoscritto per le cose ordinate e incasellate secondo ordini ben precisi, ma senza una tavola periodica sott’occhio e con le reminiscenze di chimica dell’università non proprio freschissime ho fatto fatica a inquadrare i protagonisti (gli elementi chimici) delle varie storie nel contesto delle loro proprietà fisiche, come le ricordavo dagli studi.

I lettori amici del CICAP troveranno in questo libro anche una breve storia che sembra scritta apposta per loro, sul tentativo, all’inizio del secolo scorso, di scoprire nuovi elementi chimici servendosi del potere dei medium, che sfociò nella presunta individuazione di un nuovo elemento denominato “occultum”. Per sapere come andò a finire (ma non è difficile immaginarselo) vi rimandiamo alla lettura del libro.

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