C’è davvero un’ondata di irrazionalità?

Zodiaco di Beth Alpha, Jezreel Valley

Le affermazioni pseudoscientifiche sono davvero in aumento? Prova a rispondere a questa domanda Rebekah Higgitt, curatrice del settore Scienza e Tecnologia presso il National Maritime Museum di Greenwich. Che, studiando la storia, è arrivata a una conclusione: la credenza in cose quali l’astrologia e il paranormale è sempre stata con noi, e probabilmente sempre lo sarà.

Mi imbatto spesso nella supposizione, o convinzione, che le visioni pseudoscientifiche o la credenza nel paranormale siano in aumento, eppure sono poche le prove a sostegno dell’idea che ci sia «un’ondata di crescente irrazionalità».

Il riferimento «all’ondata» deriva da un tweet di Daniel Loxton, editore del Junior Skeptic Magazine, che ha anche recentemente tweettato:

Daniel Loxton @Daniel_Loxton
Continuo a insistere sul fatto che gli eventi paranormali e i tentativi di spiegarli sono sempre stati con noi e sempre lo saranno…

Questo certamente coincide con la mia visione di storica. Loxton mi ha fatto notare anche un dato tra quelli raccolti dalla Gallup dal 1990, che indica “la persistente credenza nel paranormale”. Mentre l’interesse verso alcuni tipi di paranormale segue la moda, in generale sembra che le opinioni considerate non scientifiche, antiscientifiche o pseudoscientifiche non abbiano quasi subìto variazioni.

E allora perché dire che sono in crescita? Forse oggi possiamo notare maggiormente il potenziale di visibilità e la presenza collettiva prodotte da internet. Le idee non scientifiche sono entrate nell’arena politica anche in modi nuovi, diventando più visibili e problematiche. Questo argomento è stato discusso recentemente da Erik M. Conway e Naomi Oreskes in Why Conservatives Turned Against Science (Perchè i conservatori si sono rivoltati contro la scienza). Questi fattori però non spiegano la perenne sensazione che sia in atto un’ondata crescente. Forse è semplicemente perché più si è sensibili a qualcosa o più se ne prende coscienza e più la si nota. In questo caso, gran parte della sensibilità è dovuta al fatto che elementi bollati come pseudoscientifici possono essere profondamente intrecciati con la scienza ortodossa e competere con essa (sulle origini del termine vale la pena dare un’occhiata alla recente recensione di Steven Shapin del volume di Michael Gordin The Pseudoscience Wars).

Prendiamo ad esempio l’astrologia. Una volta era intimamente connessa all’astronomia. All’inizio dell’era moderna le parole erano più o meno intercambiabili, anche se per semplicità si può dire che l’astrologia sia stata uno dei fattori più importanti per lo sviluppo dell’astronomia posizionale, insieme al rilevamento dei tempi, l’osservazione e la navigazione. Alla fine del XVII secolo, per gli astronomi d’elite, questo collegamento si stava disgregando; sebbene i loro dati venissero ancora usati dagli astrologi, vennero ridefiniti i confini tra usi legittimi e illegittimi dell’astronomia.

Ma gli astrologi non scomparvero, e la credenza popolare nell’influenza dei corpi celesti sul mondo reale, sugli individui, le nazioni, i raccolti, il tempo o la salute, rimase per tutto il XVIII secolo e oltre. Continuò ad esserci mercato per le pubblicazioni e il simbolismo astrologici, ma solo verso la fine del XIX secolo ci fu una vera riscoperta dell’astrologia e di altre discipline esoteriche e spirituali da parte di un pubblico più colto e aggiornato.

Un luogo dove possiamo trovare tracce di questa persistente sottocorrente della fede nell’astrologia è, su tutti, l’archivio del Reale Osservatorio di Greenwich (ora conservato nella biblioteca dell’Università di Cambridge); qui una veloce ricerca nel catalogo online rivela che per tutto il XIX e XX secolo gli Astronomi Reali dovettero occuparsi delle domande del pubblico inerenti l’astrologia. Sicuramente ci fu una corrispondenza simile anche nel XVIII secolo, soltanto che non venne conservata altrettanto bene.

Le richieste astrologiche della metà del XIX secolo, precedenti alla riscoperta sia dell’esoterismo della fine del XIX secolo che della New Age del XX secolo, vennero riportate nell’opera The Midnight Sky (Il cielo di mezzanotte), pubblicata da uno degli astronomi assistenti dell’Osservatorio, Edwin Dunkin. Nella seconda edizione, Dunkin descrisse l’attività del Reale Osservatorio, in cui lavorava dal 1838, e notò che:

c’è un’unica categoria di corrispondenza che, per tutto il lungo periodo in cui l’autore è stato coinvolto con essa, non è mai mancata e alla quale bisogna fare riferimento in questa sede, per dimostrare che perfino in questo XIX secolo ci sono contraddizioni di tutti i generi, sia scientifiche che sociali, che fanno sì che si cerchi il consiglio dell’astronomo quando ci si trova in difficoltà. E’ opinione alquanto diffusa, bisogna prenderne atto, che l’astronomo di Greenwich, oltre ai suoi doveri ufficiali, rivolga una parte delle proprie attenzioni all’astrologia…

Proseguiva descrivendo «individui che si recavano spesso all’Osservatorio per chiedere informazioni sul loro futuro», lettere «che includevano vaglia postali affinché venisse spedito il tema natale» e di quando «una volta una giovane donna ben vestita, che sembrava disperata, si presentò a casa dell’autore» per chiedere informazioni su un suo zio che era in mare. «Se ne andò in lacrime, perché la informai che le stelle non erano in grado di soddisfare i suoi desideri».

Dunkin pone come «esempio finale della marcia dell’intelletto nel XIX secolo» una lettera ricevuta più di trent’anni prima: «Mi hanno detto esservi in questo Osservatorio persone che, se scrivo loro una lettera accludendo denaro e la mia data di nascita, sarebbero in grado di dirmi chi diventerà mia moglie. Una risposta tempestiva che contenga tutti i dettagli mi sarà particolarmente gradita».

Domande sull’astrologia, così come sulle profezie dei Maya o gli UFO continuano ad arrivare in luoghi simili al Reale Osservatorio. Ci può almeno confortare sapere che siamo in buona compagnia, e che così è sempre stato e sempre sarà.

Si ringrazia per la traduzione Luisa Annalucia Stevano. Articolo di Rebekah Higgitt, pubblicato originariamente sul Guardian.

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