Il mentalismo: mitologia e realtà dal palcoscenico alle librerie.

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Fissa su di te il suo sguardo profondo, penetrante. Le sopracciglia alzate formano un angolo acuto con gli occhi, pronti a frugare nei lati più riposti della tua psiche, alla ricerca di segnali, indizi, cenni rivelatori, che non tarderanno a manifestarsi. E mentre legge nella tua mente come in un libro aperto, ignorando o, anzi, sfidando, ogni tuo tentativo di dissimulazione, le sue labbra sono piegate in un sorriso sardonico, inquietante come un ghigno. Ecco, ora puoi avvertire dentro di te una strana forza, che ti induce a compiere proprio una determinata azione e non altre, a prendere una specifica decisione, a fare una ben definita scelta. Puoi scommetterci: è stato lui. Nessun altro avrebbe il potere di determinare con tale precisione le scelte altrui, di insinuarsi nelle pieghe della coscienza per sostituirsi alla tua volontà. È il mentalista… o meglio, questa è la sua immagine quale ci viene presentata dalle serie televisive che sono state dedicate a questa figura (ricordiamo la fortunatissima Lie to me e The mentalist) o dalle performance teatrali e mediatiche di alcuni artisti.

Al grande pubblico, infatti, potrebbe sfuggire che il mentalismo rientra a pieno titolo nell’ambito di quell’arte degna del massimo rispetto denominata illusionismo e che, in ultima analisi, il mentalista è un prestigiatore specializzato nell’eseguire giochi che abbiano come scopo elettivo quello di simulare il possesso, da parte di chi li esegue, di poteri che vanno al di là delle capacità umane e delle leggi della fisica. In breve, il mentalista è un illusionista il quale, mediante la propria abilità tecnica e con l’ausilio di una buona conoscenza della psicologia (che si sposa, però, sempre con l’utilizzo di trucchi, come è normale nell’ambito della prestidigitazione) simula il possesso di doti paranormali. Tra le abilità imprescindibili per il buon mentalista vi è appunto quella di riuscire, attraverso un attento uso della misdirection (l’arte di sviare l’attenzione), a mettere in ombra le tecniche illusionistiche adoperate, indispensabili per la corretta riuscita dei giochi proposti. Utilizzo il termine “giochi” di proposito, proprio perché ho l’impressione che il fatto di denominarli, come è abitudine di alcuni mentalisti, “esperimenti” contribuisca a rafforzare l’idea che non prevedano l’uso di trucchi, ma siano semplicemente studiati per mettere in luce le reali potenzialità di chi li esegue.

Tra gli scaffali delle librerie è di recente apparso un libro a firma di un noto mentalista italiano, Francesco Tesei.

Tesei è un prestigiatore di talento, con indubbie doti comunicative, che si sposano a capacità tecniche di rilievo e, come tale, è stato seguito e apprezzato dal CICAP. Negli ultimi tempi ha deciso, però, per amplificare il senso di suggestione e di meraviglia nel corso delle sue esibizioni, di indurre lo spettatore a ritenere i confini dell’azione del mentalista molto più ampi rispetto a quelli effettivi, come sopra definiti. Nel suo libro, che porta il suggestivo titolo Il potere è nella mente è possibile individuare un’impostazione simile. L’intento sembrerebbe, infatti, quello di offrire al lettore una chiave d’accesso – tutto sommato piuttosto a buon mercato – per i segreti del mentalismo. Ma nello scorrere le pagine si ha, piuttosto, l’impressione di trovarsi di fronte a una scaltra operazione pubblicitaria che non offre quello che promette e, anzi, induce a credere quello che non è.

Cerchiamo, quindi, tirando le somme, di mettere in rilievo quelli che appaiono i limiti principali di un’opera destinata a stuzzicare il palato del grande pubblico.

1. Impianto fortemente autoreferenziale e autocelebrativo.

Tesei sembra cogliere ogni occasione per spostare il discorso sulla propria persona e sul racconto della sua vita densa di esperienze e successi. L’impressione che se ne ricava è che l’intento pubblicitario sovrasti ogni altro scopo.

Per inciso, ho personalmente trovato fastidioso l’uso eccessivo di rimandi letterari e citazioni colte di scrittori, poeti, filosofi, il più delle volte pleonastici. Ai miei occhi appaiono come mero sfoggio di cultura (anche se in pillole da Baci Perugina), ma è questione di gusti. Talvolta, come nel capitolo 4 della prima parte, si respira un’aria di fascinazione New Age talmente forte da farci pensare che Tesei stia, per l’appunto, “facendo il mentalista” con il lettore. Tra massime moraleggianti e apologhi sufi, richiami alla responsabilità e precetti di vita, si viene a creare un’atmosfera spirituale suggestiva simile a quella creata da alcuni prestigiatori nel corso dei loro spettacoli, per comunicare meraviglia e sopire il senso critico.

2. Utilizzo discutibile di fonti anche buone.

È innegabile che Tesei faccia riferimento a studi scientifici e divulgativi di buon livello, come le ricerche di Ekman sulle microespressioni, gli studi sulla psicologia della persuasione di Cialdini, quelli su inganni e autoinganni di Motterlini etc. Numerose sono anche le citazioni di menti scientifiche straordinarie, quali Heisenberg e Einstein. Questo contribuisce ad ammantare il suo saggio di una veste di rigore scientifico, che appare, però, ingiustificata. Le buone fonti si alternano, infatti, senza alcuna sistematicità, a testi della più varia natura. Il giallista Gianrico Carofiglio è citato allo scopo di sostenere una discutibile teoria psicologica; posizioni condivisibili sul piano scientifico sono seguite da proclami a favore della PNL e così via.

Nel bailamme delle citazioni appare, quindi, difficile, separare il grano dal loglio. Inoltre, non di rado accade che le affermazioni di studiosi rigorosi vengano assolutizzate fino a deformarne il senso e la portata. È il caso degli studi di Ekman, che vanno intesi solo nel senso di una probabilità percentuale e non costituiscono affatto, come vorrebbe Tesei, una chiave certa di lettura della mente.

Il risultato è un testo che non rende affatto giustizia alle fonti citate e, anzi, ne favorisce il fraintendimento.

3. Assenza di contributi originali

Peraltro, risulta difficile comprendere quale sia la reale portata del contributo dato da Tesei all’analisi e alla divulgazione del mentalismo, dal momento che sembra, più che altro, aver messo insieme un’acritica summa delle più disparate teorie in campo psicologico miscelata a un corpus eterogeneo di altre informazioni, tutte – ad eccezione della narrazione di “edificanti” episodi di autoagiografia teseica – rigorosamente di seconda mano. Il che è operazione degnissima quando viene attuata in modo scoperto; lo è un po’ meno se deve accorgersene il lettore senza che nessuno lo avverta.

4. Presentazione del mentalismo per quello che non è, attraverso affermazioni pseudoscientifiche.

Tesei afferma più volte con convinzione di riuscire a determinare, attraverso la propria azione, le scelte altrui. Nel già citato capitolo 4 (parte prima) afferma: «dimostrare che ho condizionato la scelta di uno spettatore è il mio modo provocatorio per domandare: sei sicuro di essere libero in tutte le tue scelte?».

In nessun punto si adombra la possibilità che la riuscita delle sue performance sia dovuta all’uso di tecniche illusionistiche. Anzi, il lettore è indotto continuamente a credere che il prestigiatore adoperi trucchi, mentre il mentalista – che è cosa ben diversa – manipoli davvero la mente altrui, attraverso tecniche di persuasione che, come Tesei afferma, «rimangono assolutamente invisibili». Così come i trucchi. Ma quelli non è bene nominarli.

5. Offerta al lettore di ingannevoli briciole in luogo della “torta”.

Il lettore che, entrando in libreria, viene attirato dalla copertina del libro di Tesei si aspetta di trovarvi un’introduzione al mentalismo, un modo per apprendere i primi rudimenti di questa arte o, quanto meno, per comprenderne le ragioni. Non a caso la seconda parte del libro si intitola proprio “Mentalismo per tutti”.

Avrà, però, modo di accorgersi presto che qualcosa di fondamentale gli manca, che quanto appreso dal libro non gli consente di provare a realizzare neppure uno degli “esperimenti” che Tesei propone nel corso dei suoi spettacoli, nonostante l’autore sottolinei più volte che è proprio così che lui riesce a ottenere i suoi prodigiosi effetti. Manca, infatti, l’informazione fondamentale che al lettore, per onestà, spetterebbe, cioè il fatto che il mentalismo è una branca dell’illusionismo e, in quanto tale, per la buona riuscita dei vari giochi proposti, richiede l’impiego di trucchi. Tra l’altro, molti degli “esperimenti” proposti da Tesei fanno parte del repertorio classico dell’illusionismo, anche se sono presentati in modo decisamente suggestivo, il che costituisce uno dei punti di forza dell’arte di Tesei.

Questa fondamentale precisazione non è presente, anzi l’effetto viene esplicitamente attribuito all’uso di tecniche di persuasione. Chiariamo che è più che legittimo che Tesei usi dei trucchi e non intenda svelarli: quello che non ci sembra corretto è scrivere un testo che dovrebbe avvicinare al mentalismo e che proprio sulle tecniche e i principi di tale disciplina è non solo reticente ma del tutto fuorviante.

6. Atteggiamento sprezzante nei riguardi degli scettici.

Nel capitolo 4 della seconda parte (per qualche ragione, probabilmente connessa con i misteri della numerologia e della Qabbalah, i capitoli 4 sembrano essere i più funesti) l’autore parla, con malcelata vanità, dell’esperimento che gli avrebbe consentito di far rimanere con un palmo di naso un giovane studente di ingegneria, uno “scettico”, in quanto iscritto a una facoltà scientifica (sic!). Questa inopportuna categoria di persone viene presentata come incapace di abbandonarsi alla magia del suo spettacolo, sempre tesa nel tentativo di smascherarne i trucchi. Nelle parole di Tesei, «è come se dimenticassero di trovarsi a teatro, per divertirsi a vedere uno show, e decidessero invece di indossare il camice dello scienziato chiamato a verificare qualche prova di laboratorio». Per fortuna, nel caso del futuro ingegnere, Tesei ha provveduto a sconfiggere l’incredulo, inducendolo a un provvidenziale bagno di umiltà.

Se mi è concesso, in quanto esponente dell’esecrata categoria degli scettici (nonché del mitologico, per Tesei, gruppo degli scettici che hanno frequentato facoltà umanistiche), mi permetto di proporre un’interpretazione alternativa. L’autore ha ragione sul fatto che è meglio godersi lo spettacolo invece di voler scoprire i trucchi a tutti i costi. Forse, però, in questi casi, ciò che infastidisce lo scettico e lo porta a non abbandonare le proprie resistenze è, per l’appunto, il fatto che Tesei voglia presentare a tutti i costi lo spettacolo come qualcosa di diverso da una performance di illusionismo. Da scettica, io rimango, infatti, tesa e guardinga solo quando noto un atteggiamento non intellettualmente onesto, mentre mi abbandono con gioia allo stupore quando il prestigiatore non nasconde di essere tale.

7. Singolari analogie con l’autodifesa di Gustavo Rol.

Nel tentativo di anticipare le critiche dei propri detrattori, Gustavo Rol soleva prendersi gioco di coloro che tentavano di scoprire i suoi trucchi, sottolineando come sbagliassero totalmente a concentrarsi sul suo operato, dal momento che lui non era altro che la grondaia, il mezzo (parola che, guarda caso, in latino suona medium), attraverso il quale l’acqua – Dio – manifestava la sua potenza. Più senso avrebbe avuto, invece, bypassare il medium per concentrarsi su Dio.

È interessante notare come Tesei adoperi una strategia autoapologetica singolarmente simile. Queste le definizioni che dà della propria arte: «nel mio mentalismo, la tecnica è fondamentale, ma è contemporaneamente soltanto uno strumento al servizio di un disegno più ampio». Ancora: «Tutti i più grandi artisti sembrano condividere questo tipo di percezione del proprio ruolo: un canale aperto, che catalizza energie più grandi di sé» (cap. 5, parte prima). Così come nel caso di Gustavo Rol, sembra, quindi, che Tesei giudichi un inopportuno cambio di prospettiva ogni tentativo di guardare alla sua arte con spirito critico, perché sarebbe come diffidare di quelle “energie superiori” di cui egli sarebbe lo strumento. Difficile non guardare a queste argomentazioni come a suggestivi modi per aggirare il problema dello scetticismo.

In ultima analisi, a chi consiglierei il libro di Tesei? Certamente ai suoi fan ansiosi di leggerne l’autocelebrazione letteraria. Ritengo, invece, che difficilmente possa risultare interessante per chi desideri farsi un’idea della reale natura di tale disciplina.

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