Il pazzo treno di Carl Sagan

Daniel Loxton

Da qualche anno a questa parte gli scettici (soprattutto americani) si stanno interrogando molto sul tono da usare nelle discussioni pubbliche. E’ un argomento che interessa anche noi (ne abbiamo parlato spesso, l’ultima volta qui) e quindi abbiamo deciso di tradurre questo post di Daniel Loxton su skepticblog. Buona lettura e fateci sapere nei commenti come la pensate.

Nel suo post della scorsa settimana sul tema del complesso argomento dell’etica del linguaggio, Steven Novella si ispirava alle considerazioni sull’etica dell’“uso colloquiale del termine ‘pazzo’”. Si tratta di un’area che mi interessa molto. Ho spesso avuto modo di discutere sia per una professionale moderazione nelle cose che gli scettici dicono, sia per la maniera in cui le diciamo; e, inoltre, per l’importanza della conversazione in atto sull’etica e l’efficacia dell’esercizio dello scetticismo. Il post di Novella però ha avuto anche una tempistica eccellente, dal momento che stavo già pianificando di accennare ad alcuni spinosi argomenti etici che si trovano all’intersezione tra scetticismo e malattia mentale.

Dovrei dire prima di tutto che non ho grandi soluzioni da proporre. E’ naturale e adeguato: non sono un professionista dell’igiene mentale, quindi dovrebbe sembrare sorprendente (o avventato) se avessi molte risposte – e a tutt’oggi una risposta forse neanche esiste. La mia esperienza professionale nell’ambito dello scetticismo mi suggerisce comunque alcune inquietanti domande. Inoltre, molti hanno sperimentato di persona o in famiglia le tragedie della malattia mentale, della dipendenza grave, o entrambe. La mia vita non fa eccezione, quindi confesso di essere intensamente consapevole al riguardo.

Ciò detto, esaminiamo alcuni punti di vista interessanti.

Supposizioni fuorvianti

Un argomento che ho toccato precedentemente su Skepticblog (e che discuterò in ulteriore dettaglio nel mio prossimo libro scritto con Dan Prothero) è la fuorviante supposizione che vede la malattia o la disfunzione mentale come un fattore di primo piano delle credenze paranormali. Spesso questa supposizione viene espressa in modo informale o colloquiale. (Occasionalmente viene espressa più seriamente come ipotesi). Non è insolito imbattersi in scettici che si riferiscono ai “matti” o “woo”, oppure alla “banda dai cappellini di alluminio” come a qualcosa di insolito – altro e lontano.

Ritenere devianti sociali o psicologici coloro che credono nel paranormale, comunque, va contro la scienza. I sociologi e i sondaggisti sanno che il paranormale è di fatto normale – cioè, una vasta maggioranza di persone ha una o più credenze paranormali, anche quando viene loro proposta una lista molto breve da cui scegliere. Ad esempio, da un sondaggio Gallup del 2005, che sottoponeva ad americani adulti un elenco di dieci credenze paranormali, risultò che il 73% degli americani confermava di credere in almeno uno di esse; il 57% credeva in almeno due; il 43% in più di tre. [1]

E’ praticamente inutile dire che quel 73% di americani non può essere malato di mente. Si dà il caso però che i sociologi abbiano già scavato a fondo nella questione della malattia mentale all’interno di subpopolazioni di persone che credono nel paranormale o che hanno avuto esperienze paranormali. Ad esempio, gli studi di Susan Clancy – psicologa ad Harvard che ha esaminato persone che credono di essere state rapite dagli alieni – hanno rivelato una popolazione dotata generalmente di una salute mentale ordinaria. (C’erano “poche prove che si trattasse di un gruppo particolarmente psicopatologico”, scrisse Clancy [2].)

Scoffers potrebbe sentirsi tentato di ritenere i rapiti dagli alieni come un comodo tentativo – campionare una “frangia di lunatici”, ma quella schematizzazione è profondamente inutile quando si persegue la comprensione scientifica dell’argomento rapimenti alieni. (Qui nei dettagli la mia discussione sul lavoro di Clancy con i rapiti.)

Anche per i più intransigenti demistificatori, l’obiettivo dichiarato generalmente è l’informazione accurata e non il giudizio morale. Ricordate la citazione di Spinoza che fa da motto alla Skeptics Society?

Ho fatto sforzi ininterrotti per non ridicolizzare, non deplorare, non schernire le azioni umane, ma per comprenderle.

E’ nella natura del pregiudizio distorcere e nascondere i fatti. Se siamo seri nella nostra ricerca della verità, delle nostre aspirazioni a seguire le prove, allora potremmo ritenere molto utile applicarci a selezionare ed eliminare il maggior numero possibile di espressioni di pregiudizio e di presunzioni dal nostro linguaggio pubblico e privato.

In conclusione, come ebbe ad esprimersi un lettore che scrisse allo Skeptical Inquirer in riferimento ai rapimenti alieni: “E’ irriguardoso e fuorviante parlare di singoli esseri umani come se potessimo essere facilmente etichettati come ‘folli’ o ‘sani’. Le persone ‘sane’ possono avere problemi folli” – come credere di essere stati rapiti dagli alieni. [3]

Implicazioni morali

Quanto ho detto sopra riguarda essenzialmente delle considerazioni metodologiche amorali; se abbiamo a cuore l’accuratezza, allora ne consegue che dovremmo evitare di fare affermazioni che non sono vere o che non sappiamo se siano vere. Per ragionamento analogo, dovremmo evitare il linguaggio pregiudiziale – linguaggio che offre una conclusione che precede l’investigazione. Chiamare pazzo qualcuno è commettere l’”errore capitale” di Sherlock Holmes. [4]

La metodologia però non è l’unica preoccupazione. Le persone non sono robot. Vi sono anche dimensioni etiche e morali nel linguaggio dell’etichettamento – le dimensioni discusse dal ponderato recente post di Steven Novella (che a sua volta era una risposta alle riflessioni di Elyse Anders sullo stesso argomento). “Pazzo” in particolare implica spesso che la persona così bollata sia così incoerente e disordinata nel modo di pensare che le sue argomentazioni o i suoi sentimenti possano essere subito scartati – un suggerimento particolarmente brutto quando sappiamo che alcuni sostenitori del paranormale e lettori interessati ai contenuti scettici devono davvero lottare con la malattia mentale.

Ora, non intendo criticare Novella. Sono d’accordo con il suo generale punto di vista che il contesto è importante quando prendiamo in considerazione l’appropriatezza di linguaggio, e mi unisco a lui nello sperare che chi ascolta possa elargire una certa quantità di carità nell’interpretare chi parla. Dopo tutto, il mio mestiere è dar voce alle cose quanto più chiaramente mi sia possibile, sperando poi che venga ricevuto nella luce migliore (vana speranza, spesso, su Internet).

Come dice Novella,

Se ammettiamo che vi sia una responsabilità nell’educazione, se desideriamo funzionare nella società, dove risiede tale responsabilità? Una delle premesse della posizione dichiarata da Elyse è che la responsabilità risieda interamente in chi parla. Invece, io suggerirei che vi sia una responsabilità condivisa. Si può ragionevolmente argomentare che chi parla dovrebbe fare un tentativo di rendersi conto dell’effetto che quel che dice ha sugli altri, ivi inclusa la scelta delle parole. Sosterrei anche che la gente dovrebbe ragionevolmente tentare di non essere suscettibile, di non vedere offese dove non si intendeva farne, e di adattarsi alle stravaganze del linguaggio quotidiano. [5]

La persona che parla è un azionista del linguaggio; così come lo è l’ascoltatore o il destinatario di quel che viene detto (a mio parere rendendo “non c’è ragione per non sentirsi offesi” motivo di bancarotta degli approcci ostili). L’etica del discorso diviene quindi collaborazione, scambio, un atto di equilibrio. Nondimeno, alla luce dei miei anni passati a battere sul tamburo dell’educazione, non sorprenderà nessuno che io ponga il maggior fardello di educazione, accuratezza e dovuta diligenza sulle spalle di chi parla.

So per esperienza personale che la parola “pazzo”, in particolare, può far degenerare un dialogo. In una intervista via mail del 2004 – per il resto fruttuosa- con il criptozoologo Loren Coleman, posi questa domanda colloquiale e spensierata: “I criptozoologi sono pazzi?” (ero alla deliberata ricerca di una dichiarazione che dicesse che la criptozoologia è una ricerca ragionevole dati x, y e z.) La risposta di Coleman mi colse alla sprovvista – non perché fossi in disaccordo, ma perché avevo mancato di anticiparla.

Mi spiace, ma avendo lavorato molto da vicino con tanta gente proveniente dai più disparati sentieri della vita per oltre tre decadi, non riesco a trovare nessuna sfumatura umoristica in questa domanda. Gli individui affetti da malattia mentale, disordini bipolari e disturbi della personalità clinicamente definiti non sono argomento su cui scherzare.

Utilizzare la parola “pazzo” come definizione di chiunque, e ancor più di persone che conducono ricerca scientifica non convenzionale, è degradante e permette ad uno stigma di erigere barriere attitudinali, strutturali e finanziarie.

Secondo Andrew Wahl, già in seconda o terza elementare i bambini hanno colto il fatto che “i malati di mente devono essere visti meno favorevolmente degli altri” (Le immagini mediatiche stigmatizzatrici influenzano i bambini). Chiaramente, i malati di mente non sono visti o trattati come pari membri della comunità, e rinforzare questa idea etichettando gli individui che gli scettici trovano stupidi o senza valore è inappropriato.[6]

Mi sembrava giusto. Mi scusai senza riserve, e posi la domanda con altre parole. Aveva ragione – e sapevo che era così a causa delle sfide e delle amarezze che avevano dovuto subire persone a me care.

La malattia mentale autentica

Gli scettici potrebbero essere troppo rapidi nello scartare credenze o credenti non convenzionali ritenendoli irrazionali, ma non c’è dubbio che ci troviamo a incontrare la malattia mentale nel nostro lavoro. La mia ispirazione per questo post è un capitolo del libro di Carl Sagan The Cosmic Connection. Sagan discuteva i diversi tipi di lettere che riceveva dai propri lettori – bambini, inventori, entusiasti di UFO, e così via. Tra di esse, ovviamente, c’erano lettere di persone mentalmente disturbate, e in alcuni casi addirittura ricoverate in appositi istituti.

Ma in tutti questi anni una lettera spicca nella mia mente come la più toccante e affascinante del suo genere. Mi arrivò nella posta, ottantacinque pagine manoscritte con una penna a sfera verde; mi era stata inviata da un signore che viveva in un manicomio di Ottawa. Aveva letto in un giornale locale che io pensavo fosse possibile che la vita esista su altri pianeti; desiderava rassicurarmi che avevo totalmente ragione nelle mie supposizioni, dal momento che lui lo sapeva per conoscenza personale. [7]

Il corrispondente di Sagan – scriveva questi – aveva avuto modo di entrare in contatto con una quantità di antiche divinità, inclusi Giove e “Dio Onnipotente” (entrambi pazienti nello stesso ospedale). Dio Onnipotente lo aveva portato con se’ in un tour del sistema solare.

E questa, Dr. Sagan, è la ragione per cui io posso garantirle che i pianeti sono abitati… Ma tutte queste storie sulla vita altrove sono più che altro speculazione e non sono degne dell’interesse veramente serio di uno scienziato come lei. Perché non dirige la propria attenzione ad un problema davvero importante come la costruzione di una ferrovia trans-Canadese alle alte latitudini settentrionali? [8]

Esaminando lo “schizzo dettagliato del tragitto della ferrovia proposta” che il lettore accludeva, Sagan non aveva saputo cosa dire. “Oltre che affermare la mia seria intenzione di lavorare ad una ferrovia trans-Canadese alle alte latitudini settentrionali” scriveva “non sono mai riuscito a pensare ad una appropriata risposta a questa lettera.”

Neanche io ci riesco, e non è una questione accademica. Questa lettera non è particolarmente insolita. Ho ricevuto anche io lettere di questo genere. E sono certo che molti miei colleghi possano dire lo stesso.

Quale potrebbe essere la risposta appropriata a incontri di questo tipo? E più in generale, come può lo scetticismo scientifico sviluppare procedure che prendano in seria considerazione il peso e i rischi del nostro lavoro? E’ nella natura di questo campo di studi che la gente ci contatti a proposito delle trasmittenti che hanno nella testa, o dei fantasmi che li conducono via da casa. Noi scriviamo di famiglie in crisi, discutiamo sul recupero del ricordo di abusi, riferiamo sulle vitamine vendute come cura per la malattia mentale grave. In questo contesto, quanto può essere divertente la parola “pazzo”?

Ad esempio, il titolo di questo post non potrebbe essere a ragione criticato in quanto inappropriato, o addirittura crudele? E in verità, non dovrebbe esserlo? Non ho potuto resistere al miscuglio di Carl Sagan e Ozzy Osbourne, ma perché il mio divertimento è una scusa? Chi sono io per essere così frivolo con la storia di Sagan? L’uomo del racconto era internato in un ospedale psichiatrico, per amor di dio. Era una persona in difficoltà, non la battuta di una barzelletta.

E questo è vero nel caso di molte persone. Quindi la mia domanda è: cosa facciamo al riguardo? Passo a voi la parola.

Note

  1. David W. Moore. “Three in Four Americans Believe in Paranormal.”  (accesso effettuato il 1 Ott. 2012). Per una discussione dettagliata di questi e altri dati, si veda il mio prossimo libro con Donald Prothero, Abominable Science (Columbia University Press).
  2. Susan Clancy. Abducted: How People Come to Believe They Were Kidnapped by Aliens. (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2005.) p 129. Gli addotti tendono, comunque, a avere alcuni tratti in comune — inclusa una vulnerabilità superiore alla media riguardo alla creazione di false memorie, rilevata in laboratorio . Si veda Clancy (2005) pp. 132-133
  3. Pamela Roberson. Lettera all’editore. Skeptical Inquirer. Vol.22, No.5. Settembre/Ottobre 1998. p. 64
  4. “E’ un errore madornale creare una teoria prima di avere i dati. Senza pensarci uno incomincia a distorcere i fatti per adattarli alle teorie, invece di far sì che siano le teorie ad adattarsi ai fatti.” Arthur Conan Doyle. The Complete Sherlock Holmes, Volume 1. (New York: Barnes & Noble Classics, 2003.) p. 189
  5. Steven Novella. “Call Me Crazy, But…” Skepticblog. 24 Sett. 2012.  (accesso effettuato il 1 Ott. 2012)
  6. Loren Coleman. E-mail all’autore. 23 Nov. 2004.
  7. Carl Sagan. The Cosmic Connection. (New York: Anchor Books, 1973.) p. 77–78. Le citazioni della lettera del paziente sono evidentemente parafrasi non letterali.
  8. Ibid. p. 79. Le citazioni della lettera del paziente sono evidentemente parafrasi non letterali.

Articolo di Daniel Loxton, pubblicato originariamente su Skeptic Blog. Si ringrazia Fara Di Maio per la traduzione.

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