Cellulari e tumori: un approfondimento

cell phone brain

Con un comunicato stampa datato 31/05/2011, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza come “possibilmente cancerogeni per gli esseri umani”  (scaricabile qui il pdf del documento dello IARC).

Nei giorni scorsi la notizia è tornata a far parlare di sé in seguito a un servizio molto critico della trasmissione televisiva Report. Noi avevamo presentato qui i risultati dello studio Interphone e integriamo adesso con un approfondimento su quanto emerso dai risultati degli studi dello IARC.

Possibilmente cancerogeni

Quella di “possibilmente cancerogeni” è una definizione ben precisa che rientra in una scala costituita dai seguenti gruppi:

  1. agente cancerogeno per gli esseri umani; sufficiente evidenza degli effetti su animali e forte evidenza dell’azione cancerogena sugli umani

  2. (A) agente probabilmente cancerogeno per l’uomo; limitata evidenza di cancerogenicità sugli umani ed evidenza sperimentale sufficiente sugli animali
    (B) agente possibilmente cancerogeno per l’uomo; limitata (o inadeguata) evidenza di cancerogenicità sugli umani e men che sufficiente sugli esperimenti condotti su animali.

  3. agente non classificabile in quanto a cancerogenicità sull’uomo; vi è inadeguata evidenza di cancerogenicità negli umani o un’evidenza sperimentale limitata ai soli animali

  4. agente probabilmente non cancerogeno per l’uomo; vi è inadeguata evidenza di azione cancerogena sull’uomo e inadeguata o inesistente sugli animali.

Gli agenti non classificabili in nessuno dei gruppi vengono in genere classificati come appartenenti al gruppo 3. Pertanto tale classificazione non sancisce di per sé la non cancerogenicità né l’assoluta sicurezza degli agenti che ne fanno parte.

Gli effetti dei campi elettromagnetici sull’uomo

I campi elettromagnetici generati da sorgenti a radiofrequenza, come per  esempio i telefoni cellulari, possono causare l’attraversamento del corpo umano di campi elettrici, campi magnetici e correnti elettriche.

L’intensità di tali campi e correnti differisce notevolmente a seconda della distanza dalla sorgente, dalla potenza del segnale, dalla sua frequenza e della polarizzazione dell’onda elettromagnetica, dalle caratteristiche anatomiche del soggetto coinvolto.

Nel caso di un telefono cellulare, la zona maggiormente coinvolta è quella direttamente a contatto con l’utilizzatore, dunque la testa. Quando l’esposizione riguarda i bambini, il trasferimento di energia ai distretti corporei è maggiore di un fattore 2 (nel caso del cervello) o anche di un fattore 10 (nel caso del midollo osseo del cranio) rispetto ad un adulto.

L’uso di auricolari può ridurre gli effetti a carico della testa anche del 90%, incrementando però l’esposizione a carico di altre zone corporee.

Poiché il principale effetto biologico noto delle radiazioni elettromagnetiche a radiofrequenza è il riscaldamento dei distretti corporei investiti, le attuali linee guida dell’OMS riguardo l’esposizione alle radiofrequenze si basano sull’analisi di questo tipo di effetto.

Tuttavia è possibile che, anche al di sotto della soglia richiesta per causare il riscaldamento corporeo, intervengano altri effetti biologici legati ad esposizioni prolungate, quali, ad esempio, effetti sul sistema immunitario, sulla barriera emato-encefalica, sull’espressione e regolazione genica, lo stress ossidativo e l’apoptosi (qui lo studio pubblicato su Lancet).

Le indagini epidemiologiche

Le indagini statistico-epidemiologiche che collegano alcune patologie alla frequenza ed intensità d’uso dei telefoni cellulari sono dunque indispensabili per stabilire la maggiore o minore pericolosità di questa tecnologia, anche in assenza di dettagliati meccanismi di causa-effetto.

Si tratta di indagini molto costose e che coinvolgono un campione eterogeneo e complesso, da cui è molto difficile ricavare un alto grado di controllo.

La maggior parte degli studi presenta conclusioni come: “Non si osserva relazione di causa-effetto tra campi elettromagnetici e cancro” oppure “Non c’è evidenza convincente di un effetto nocivo dei campi elettromagnetici”.

Inevitabilmente queste frasi si prestano a molte critiche e causano un generale scetticismo verso gli studi epidemiologici, accusati di non essere in grado di dimostrare che le radiazioni elettromagnetiche siano con certezza innocue o dannose. La fallacia di questo ragionamento sta nel non considerare che, per quanto sia possibile provare con alta significatività statistica un grande effetto (come ad esempio, l’associazione fumo-cancro), è spesso impossibile provare con certezza l’assenza di un effetto. Questo perché l’assenza di un effetto può benissimo implicare che esso sia troppo debole per essere rilevato con il metodo di misura utilizzato. La mole di studi epidemiologici sulle radiazioni elettromagnetiche presenta una serie di deboli correlazioni positive, che tuttavia risultano incoerenti tra di loro: una situazione che rende difficile trarre una conclusione definitiva.

È doveroso notare che i termini “probabilmente”, “possibilmente” e “inadeguata” sono tradotti letteralmente e vanno interpretati nel loro ambito statistico piuttosto che nell’uso più comune, nel quale la differenza sembrerebbe apparentemente sottile.

I risultati

Dopo aver esaminato le decine di pubblicazioni scientifiche sul tema, è stata riscontrata una debole correlazione positiva per il glioma e il neurinoma dell’acustico e una assenza di correlazione per altri tipi di tumori quali meningioma, tumori della ghiandola parotide, leucemia e linfoma. Con debole correlazione positiva si intende che un’ipotetica causalità tra esposizione alle radiofrequenze ed insorgenza del tumore è considerata credibile ma allo stesso tempo non si è in grado di escludere con ragionevole certezza la casualità o altri effetti distorsivi nei risultati ottenuti. Per questo motivo, come detto in precedenza, il fenomeno è stato classificato come possibile piuttosto che probabile.

L’unica strada percorribile è perciò quella di continuare ad effettuare (parallelamente agli studi statistici) ricerche dirette sulle cellule, sugli animali e sull’uomo e sperare di ottenere risultati coerenti tra di loro che consentano di stimare il più precisamente possibile il rischio sanitario dell’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici.

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