Possiamo fidarci dei testimoni?

Cinque persone sfilano dietro un vetro: fra di esse, il colpevole, che il testimone dovrà identificare. Quante volte avete visto questa scena, magari in qualche film o serial poliziesco? È il “confronto all’americana”, una procedura spesso usata dalla polizia statunitense. Ma non per molto: presto questa tecnica potrebbe andare in pensione, o almeno essere fortemente ridimensionata.

La decisione risale al 22 agosto: la Corte Suprema del New Jersey ha riconosciuto una “mancanza di affidabilità nelle procedure di identificazione”, stabilendo nuove regole e rendendo più difficile l’accettazione delle testimonianze oculari nei processi. Per adesso la decisione si applica solo nel New Jersey, ma potrebbe presto fare scuola in tutti gli Stati Uniti; e a novembre si vedrà la sua prima applicazione, in un processo (Perry v. New Hampshire) che coinvolge proprio una testimonianza oculare.

L’opinione della corte del New Jersey è particolarmente interessante, perché si è basata sul giudizio di alcuni esperti di “psicologia della testimonianza” e sulle evidenze accumulate in oltre 2000 articoli scientifici: da anni si è infatti scoperto che la memoria umana non funziona affatto come una macchina fotografica, che registra asetticamente ciò che accade. È piuttosto un processo fluido, o, come lo definisce la psicologa Giuliana Mazzoni nel libro Si può credere a un testimone?,

un atto nel quale si riattivano varie informazioni, che vengono ricucite e riorganizzate in modo da creare un evento mentale che può essere chiamato da una persona “ricordo”.

E nel corso di questo processo la nostra memoria può cadere in molti trabocchetti. Ma quali sono i fattori di rischio identificati dalla corte americana, che possono avere un’influenza sulle testimonianze?

Innanzi tutto alcuni fattori oggettivi: per quanto tempo il testimone ha potuto vedere il criminale? In che condizione psico-fisica si trovava? Che cosa stava facendo? In che posizione rispetto al colpevole? E quanto tempo è trascorso dall’episodio all’identificazione? Queste domande mirano a stabilire se il testimone ha davvero visto il criminale per un tempo sufficiente a “registrarlo” nella memoria. Quando ricordiamo un episodio, infatti, il nostro cervello tende spesso a completare le informazioni di cui non dispone, inserendo quelle che ha nello scenario più plausibile o mescolandole ad altre provenienti da altri ricordi.

In un noto esperimento, ad esempio, viene mostrato a un gruppo il filmato di un omicidio. Alla richiesta di identificare il colpevole fra un gruppo di sospetti, la maggioranza dei testimoni ne identifica con sicurezza uno.

Quando però viene nuovamento mostrata la scena, emerge che il colpevole non è mai stato mostrato di “faccia”, ma sempre di spalle: è la memoria che tende a completare le informazioni mancanti che non sono in suo possesso, spesso identificando la persona con i tratti più regolari o sovrapponendo altri ricordi a quello dell’omicidio appena visto.

Questo fenomeno emerge maggiormente se il testimone si sente in qualche modo “obbligato” a scegliere una persona tra quelli a lui presentati: in questo caso avviene spesso che la memoria modifichi il ricordo delle caratteristiche fisiche del colpevole, facendole combaciare con il sospettato più “adatto”. Per questo la corte del New Jersey ha raccomandato che nelle procedure di identificazione venga sempre ricordato che il colpevole potrebbe anche non trovarsi nel “line-up”.

Inoltre occorre tenere a mente una cosa: il nostro cervello non registra tutto ciò accade, ma tende invece a concentrarsi solo su ciò che lo interessa, escludendo il resto (fosse anche un gorilla, come avevamo mostrato in un precedente articolo).

Questo fenomeno, chiamato “cecità da disattenzione”, è molto importante nei casi di crimini che coinvolgono un’arma: accade infatti che i testimoni tendano a ricordare perfettamente i dettagli della pistola o del coltello con cui sono stati minacciati, ma poco o nulla del volto del minacciatore. In queste circostanze, quindi, l’identificazione di un testimone può non essere molto affidabile.

Non è tutto: nel corso del tempo diverse ricerche hanno dimostrato che la memoria può essere manipolata. Nel 1970 gli psicologi Loftus e Palmer fecero un esperimento: mostrarono a diverse persone il video di un incidente automobilistico, e poi chiesero ai “testimoni” di stimare la velocità dell’auto coinvolta. Ma per descrivere l’incidente usarono parole diverse: “smashed”, “collided”, “bumped”, “hit” (che è come chiedere a che velocità era avvenuto lo scontro, o la botta, o il contatto, o lo schianto). Ebbene, il gruppo con cui era stata usata la parola più “forte” (“smashed”) avevano stimato in media una velocità di oltre 15 Km/h maggiore rispetto a coloro con cui erano stata usata la parola  “contacted”. Non solo: ai testimoni venne anche chiesto se erano presenti dei vetri rotti (indizio di un incidente più grave). Oltre il 30% di coloro con cui era stata usata la parola più cruenta ricordarono di averli visti, anche se nel video non erano presenti (rispetto al 10% di coloro con cui erano state usate parole più neutre).

Nel confronto all’americana questa manipolazione può essere effettuata, spesso inconsciamente, proprio da coloro che stanno conducendo le indagini. L’atteggiamento non neutrale dell’intervistatore può trasparire anche da domande di per sé innocenti, come “Ne è proprio sicuro?”, o “Vuole altro tempo per pensarci?”. Per questo la corte americana ha raccomandato che le identificazioni siano gestite da persone estranee al caso: una sorta di “procedura in cieco”, che dovrebbe limitare l’influenza delle aspettative dei poliziotti sul testimone. Ma eliminare i segnali che l’indiziato e le comparse tendono a mandare sembra una cosa molto più difficile.

L’atteggiamento neutrale, comunque, è particolarmente importante nel corso di un indagine: i testimoni tendono spesso inconsapevolmente a confermare ciò che pensa colui che li sta interrogando. Questo fenomeno, chiamato “compliance”, può produrre delle vere e proprie “false memorie”, facendo emergere e rafforzando il ricordo di cose che non sono mai avvenute.

In un confronto all’americana, infine, entrano in gioco anche altri fattori: le ricerche hanno dimostrato, ad esempio, che quando è coinvolta un’identificazione inter-razziale il riconoscimento è più difficile; e che far sfilare i sospetti (al posto di presentarli tutti insieme) può portare molto più facilmente a un errore, perché innesca un confronto di tipo “relativo”.

Proprio a causa dell’inaffidabilità delle testimonianze oculari da alcuni anni, nell’Illinois, è in corso il “Project Innocence“: l’uso della prova del DNA nei casi in cui il colpevole era stato condannato solo sulla base di un’identificazione diretta. Per ora ha già dimostrato l’innocenza di oltre 190 persone, condannate ingiustamente.

La fallibilità della memoria umana è una cosa con cui chiunque effettui un’indagine, prima o poi, finisce per scontrarsi. E questo vale non solo per le inchieste poliziesche, ma anche per chi, come noi, si addentra nel meno pericoloso campo dell’indagine sul paranormale.

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