Malascienza: attenti al latte “abbronzante”

Il 24 novembre 2008 l’agenzia di stato cinese ha comunicato che erano state eseguite due condanne a morte per lo scandalo del latte contaminato che nel 2008 causò la morte di almeno sei neonati e l’intossicazione di 300 mila bambini mentre si svolgevano le Olimpiadi di Pechino. I due uomini giustiziati si chiamavano Zhang Yujun e Geng Jinping: furono loro a vendere la sostanza che avvelenò il latte.

Le esecuzioni in Cina sono frequenti e non fanno notizia. Da noi dovrebbe essere diverso perché siamo il paese di Cesare Beccaria e all’Onu ci siamo battuti per una moratoria mondiale sulla pena di morte. Eppure il dispaccio cinese ha avuto un comunicato di pochi secondi in un paio di telegiornali e neppure una riga sulla maggior parte delle testate nazionali. Forse perché dietro questa vicenda c’è anche una storia di cattiva informazione iniziata nell’estate del 2008. Vale la pena di raccontarla: è istruttiva.

Durante le Olimpiadi di Pechino la morte dei sei bambini e l’intossicazione degli altri trecentomila fu occultata dal governo cinese per motivi di immagine. Quando se ne seppe qualcosa, le agenzie di stampa italiane denunciavano come sostanza contaminante la melanina. Così si leggeva nei lanci dell’autorevole Ansa, ma anche dell’Agi, dell’Adnkronos e altre minori. Tv, radio e giornali scoprirono così improvvisamente che la melanina è una sostanza altamente tossica ma i cattivi cinesi la mettono nel latte per farlo apparire più ricco di proteine.

Ora, amici lettori, la melanina dovrebbe esserci familiare. Tutti ne produciamo una quantità più o meno rilevante. È una famiglia di sostanze, le melanine, caratterizzate dal colore bruno o nero. La loro funzione più evidente è quella di colorare la pelle, i capelli e gli occhi. Solo gli albini ne sono privi per un difetto genetico, e sanno che è un problema serio perché ci difende dalle offese della radiazione luminosa. Quando ci esponiamo al sole, cellule specializzate dell’epidermide producono melanina per proteggere la nostra pelle, specie dai raggi ultravioletti, e al risultato finale noi diamo il nome di abbronzatura. Che quello cinese fosse un latte abbronzante?

Non era così. Un blogger di nome Roberto Dadda provò, nell’estate 2008, a pensare con la sua testa. Che c’entra la melanina? Non si tratterà di melammina? Interviene un chimico, e conferma. La melammina, tanto per capirci, citando la garzantina della chimica, è una “ammina eterociclica aromatica”, sostanza che fonde a 354 °C e serve per fabbricare materie plastiche. Condensandola con formaldeide, la melammina genera la formica.

Mentre il dibattito sul web andava avanti, qualche giornalista fu colto dal dubbio e incominciò a parlare di melannina, sostanza inesistente, oppure di melamina, altrettanto inesistente, ma che si può immaginare sia la melammina scritta copiando in modo sbagliato la parola inglese. Eppure ancora il 26 settembre 2008 l’Ansa parlava di melanina.

A questo punto serve qualche riflessione. Il giornalismo moderno è veloce, ma non è la “velocità” che Italo Calvino invocava in una delle sue “lezioni americane”. Questa velocità non è elegante, né essenziale, né folgorante come Calvino avrebbe voluto. È invece superficiale e soprattutto inconsapevole della propria ignoranza. Intendiamoci: nessuno si illude che un giornalista sappia che cos’è le melammina. Ma si può pretendere che tenga a mano la garzantina e prima di scrivere si documenti. Possibile che così pochi abbiano sentito il bisogno di farlo? Altra considerazione. Da alcuni decenni, dopo la figura del giornalista sportivo, politico, economico, di costume, è nata una varietà nota come “giornalista scientifico”. All’Università di Torino esiste persino una cattedra per formarlo. Ma dove sono i giornalisti scientifici? In generale: dov’è la cultura scientifica in Italia? Come faremo senza un Primo Levi che scriva di chimica sui giornali?

Risposta: ci salverà qualche blogger.

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